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Intervista

I reportage di Frank Westerman

Data | Venerdì 12 Gennaio
Orario | 16:41

Da Kapuściński a García Márquez, un’intervista a Frank Westerman, cantore delle periferie del mondo.

"I fatti “sono materie morte”, siamo noi esseri umani a sollevarli dal regno inorganico, “incollandoci delle parole”. Ne è convinto Frank Westerman, lo scrittore olandese che, dopo una lunga carriera nel giornalismo, ha deciso di dedicarsi esclusivamente alla scrittura, ai libri. Westerman scrive saggi sotto forma di reportage. Unisce verticalità della ricerca e orizzontalità della narrazione, nella migliore tradizione del reportage narrativo, che in lui declina verso il filosofico. Senza mai perdere l’ancoraggio alla realtà. La realtà raccontata. Le sue storie partono sempre da domande intime, personali, ma si allargano, tramite il racconto degli altri, fino a investire temi fondamentali: il rapporto tra scienza e religione, come in Ararat, quello tra l’identità europea e il colonialismo, come in El Negro e io, la tendenza umana ad addomesticare la natura, come in Pura razza bianca, la persistenza del mito, come in L’enigma del lago rosso. L’ultimo suo libro, pubblicato in italiano – come gli altri citati – da Iperborea, affronta una domanda ancora irrisolta: “esiste un’alternativa al rispondere alla violenza con la violenza?”. Per saperlo, abbiamo intervistato Westerman.

Nel suo ultimo libro, tradotto in italiano come I soldati delle parole, lei affronta questioni cruciali e urgenti: “le parole possono contrastare i proiettili?”, “se la lingua e il terrore si sfidano a duello, chi soccombe?”. E nonostante sia uno scrittore non fa alcuna concessione all’idea che il linguaggio e la letteratura abbiano di per sé un potere catartico, taumaturgico, liberatorio. Il linguaggio può essere bellicoso, le parole possono aizzare un incendio, ricorda. Sembra una posizione vicina a quella di Bole Butake, uno dei personaggi di L’enigma del lago rosso, per il quale “una storia può liberare o soggiogare”. Ma come distinguere un certo tipo di storia dall’altro, un certo uso del linguaggio dall’altro?

Nel libro prendo molto presto le distanze dalla dicotomia più semplice: le parole sono buone, la violenza è cattiva. La questione infatti è molto più complicata di così. “Le parole sono fatte di ossigeno”, scrivo, “soffici e leggere come il vento, ma sono ugualmente capaci di innescare un incendio”. Più avanti nel testo, racconto il mio incontro all’Avana con una terrorista latitante della Raf. Un incontro che mi permette di capire il modo in cui lei e i suoi compagni usino il linguaggio per giustificare la violenza contro gli innocenti. Viene citato anche quanto Ulrike Meinhof scrive in Das Konzept Stadtguerilla: l’autrice adopera le parole per costruire una cornice di pensiero che sia “stretta quanto una feritoia”. Nonostante questo, ritengo che le storie, le parole di cui sono composte, possano essere una forza di pace, e anche solida. La precondizione, è che una storia ponga domande, offra alternative, consenta il dubbio e l’ironia. Nella tradizione narrativa, si possono introdurre dei personaggi, anche degli eroi, invitando il lettore a immaginare come appaia il mondo attraverso i loro occhi. In questo modo, esercitiamo costantemente il nostro senso dell’empatia. E senza empatia, è impossibile vivere insieme in una società aperta e diversa."

Così Frank Westerman racconta i suoi vecchi successi e il suo ultimo romanzo, "I soldati delle parole", a Giuliano Battiston in un'intervista su ilTascabile, pubblicata l'8 novembre 2017. Per l'articolo completo cliccate sul link.

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