News

Approfondimento

Una parola per salvare una vita umana

Data | Martedì 03 Ottobre
Orario | 10:13

Frank Westerman secondo Roberto Saviano

Domenica 1 ottobre su Robinson, inserto culturale della Repubblica, Roberto Saviano parla di "I soldati delle parole", ultimo romanzo di Frank Westerman edito da Iperborea.
Ecco l'articolo:

Vincere con le parole

Negli anni Settanta esisteva il "Dutch Approach" al terrorismo: la via morbida olandese per rispondere agli attentati della minoranza molucchese. C'è ancora uno spazio per i mediatori? Saviano racconta il saggio di Frank Westerman sulle possibilità del dialogo

Nel settembre del 1999 quattro palazzi crollano nel cuore della notte russa, tra la capitale e il Caucaso. Due a Mosca, un altro a Bujnaksk - in Daghestan - e l'ultimo a Volgodonsk. L'orario non lascia dubbi sulla volontà di mietere il maggior numero di vite umane.
Centinaia di innocenti e inermi perdono la vita nel sonno, tra le macerie dei palazzoni post-sovietici, già provati da anni di crisi e scarsa manutenzione. In quei giorni bui di fine estate, spunta un nuovo leader e annuncia un cambio di rotta radicale: "Distruggeremo i terroristi. Ovunque si trovino. Se sono al cesso, li staneremo anche al cesso!". Fine delle comunicazioni.
Con queste parole di Putin si chiude l'approccio verbale morbido, usato sino ad allora per contrastare le azioni dei separatisti ceceni, e si inaugura la strategia dell'annientamento totale del nemico. Soltanto a Stalin era riuscito qualcosa di simile. Senza distruggere città o villaggi, deportò praticamente l'intera popolazione cecena durante la Seconda guerra mondiale: trecentocinquantamila montanari stipati su carri bestiame e scaricati nelle gelide steppe del Kazakistan.
Solo qualche anno dopo la morte del dittatore georgiano si concluse, per chi era sopravvissuto, il lungo esilio. Oltre il fiume Terek, Putin non solo ordina di sganciare bombe, ma impone una coltre di silenzio che colpisce chiunque tenta di opporsi, di farsi sentire.
Uccide la parola. Anche singole voci isolate, ovunque si trovino. Come quelle di Anna Politkovskaja e Aleksandr Litvinenko, uccisi entrambi. Perché le parole possono essere pericolose per il potere. E possono essere molto potenti. Nel libro I soldati delle parole Frank Westerman percorre e ripercorre, andando avanti e indietro nel tempo e nello spazio, diversi episodi terroristici tra gli anni Settanta e oggi.
Passando dalla variopinta bandiera dei combattenti per l'indipendenza delle Molucche dall'Indonesia a quella nera dell'Isis, Westerman considera gli attentati e i sequestri di ostaggi da una prospettiva che appare sempre più ristretta per non dire inesistente: quella del dialogo, della parola. Un'immagine lo colpisce in particolare: Ahmed, il poliziotto steso in strada, fuori dalla redazione di Charlie Hebdo, alza la mano come per dire qualcosa e viene freddato spietatamente. Che cosa voleva dire? Quale dialogo stava disperatamente tentando? Non lo sapremo mai, ma possiamo arruolarlo tra i "soldati della parola", come chiunque si aggrappi all'alfabeto, a qualcosa fatto d'aria, quando la parola passa al piombo. Il "Dutch Approach", l'approccio olandese al terrorismo, applicato con successo negli anni Settanta, definiva una strategia complessa ed evoluta. Westerman è olandese e l'ha visto da vicino. Consisteva nel tentare, con la parola e l'ascolto, non tanto una impossibile mediazione, quanto la creazione di un varco nella psiche degli attentatori per guadagnare tempo, ammorbidirli: il tentativo di disarmare la parola, renderla responsabile.
Ogni parola può salvare una vita umana. Anche una sola parola. Magari non pronunciata ma ascoltata. La parola di un ostaggio - una potenziale vittima - , la parola di un mediatore, la parola di un leader o di un semplice passante. La parola disarmata non è un concetto mistico, ma il suo contrario: è razionale.
Parole dure creeranno un universo di rocce taglienti, parole creative e attente possono creare una realtà diversa. Più si riesce a parlare, maggiori sono le possibilità di ridurre i danni. Una politica di sostegno economico e culturale alla popolazione molucchese dei Paesi Bassi, unita a pene poco severe per gli attentatori sopravvissuti ai blitz, serviva a disinnescare una bomba sociale che rischiava di deflagrare con periodicità regolare in sequestri con ostaggi civili in treni, scuole e altri luoghi pubblici. Alla minoranza molucchese venivano persino pagati viaggi nelle Molucche al fine di mostrare come, nella remota patria mancata, ci fosse più bisogno di supporto economico che non di sangue sul suolo olandese.
Alla fine la stessa Olanda in parte ha cambiato strada.
L'ultimo sequestro di civili da parte di terroristi di origine molucchese - al palazzo della Provincia di Assen - si conclude nel 1978 con un blitz quasi immediato, senza troppe perdite (lo stesso giorno viene rapito a Roma Aldo Moro). I negoziatori - come il mitico psichiatra Dick Mulder - non sono quasi intervenuti. La parola è passata subito alle granate e alle pistole. In Russia la conversione è stata più semplice e tardiva. Per un approccio morbido, "alla olandese", al Cremlino mancava la professionalità necessaria. Quando, nel giugno 1995, un commando ceceno guidato da Samil Basaev si impossessa dell'ospedale di Budënnovsk, il premier russo Viktor Černomyrdin accetta di parlare con i guerriglieri. Non evita uno spargimento di sangue - oltre cento le vittime - e arriva a promettere il cessate il fuoco in Cecenia, dovendo poi mantenere fede agli impegni, anche se presto la tregua salta. In Olanda non avrebbero mai commesso un errore del genere, uno sbaglio da manuale: un leader politico non deve abbassarsi a negoziare, deve incaricare un subordinato. I manuali di negoziazione lo mettono in cima alla lista delle cose da non fare. Secondo l'esperto Adam Dolnik, i paesi che affrontano meglio questo tipo di crisi sono quelli che hanno un approccio morbido o all'opposto molto duro. Come l'Olanda di ieri e la Russia di oggi. Ma come applicare il "Dutch Approach" con chi porta una cintura esplosiva? Dolnik invita a cercare lo spiraglio della parola anche nelle situazioni più estreme, anche con i jihadisti. Facile formulare teorie, difficile metterle in pratica. Westerman ci prova almeno in forma simulata. Racconta la partecipazione alla Biennale della negoziazione di Parigi, a corsi per risolvere situazioni di crisi organizzati in Olanda e persino a una esercitazione della Klm. Un dirottamento viene simulato a bordo di un aereo nel grande terminale di Amsterdam Schiphol.
Westerman era un bambino negli anni Settanta, ma sembra empatizzare, se non simpatizzare, con i ragazzi molucchesi, poco più grandi di lui, passati come se niente fosse dalla frustrazione all'azione, impugnando un'arma. Solo il terrore degli ultimi tempi - la distruzione dei resti di Ninive, le esecuzioni di ostaggi in tuta arancione da parte dell'Isis - smuove le sue convinzioni di olandese evoluto e colto. Le fa vacillare, ma non al punto di pensare che il silenzio sia meglio della parola. Westerman non sembra avere certezze granitiche, non elabora una tesi: viaggia tra i relitti insanguinati della storia alla ricerca di tracce di dialogo, del filo di un discorso spesso interrotto tragicamente o mai veramente cominciato. "Una parola, una parola", scrive. Come un flatus voci scoperto in mezzo alle macerie proprio mentre il terrorismo odierno sembra negare questa possibilità.
Qualunque parola. La parola di un soldato, o di un soldato della parola, come lo sono i negoziatori, i giornalisti, gli scrittori. In olandese "sogno", droom, diventa moord, "omicidio", se letto al contrario.
Rovesciando una parola si può ribaltare un esito che appare scontato. È un'esile speranza, una vaga possibilità, legata all'alfabeto pronunciato e dunque all'aria, ma l'autore non crede che esista un'alternativa.
Quando Puskin dà la parola alle armi, e impugna la pistola del duello, ha perso in partenza. Questo libro aiuta noi, sommersi dalla violenza verbale degli haters, a pensare parole diverse, e sembra evocare una citazione recentemente postata da Mario Desiati. Kafka risponde così all'amico Janouch che ha ricevuto una lettera piena di insulti: "Chi dice parolacce insulta l'anima. È un tentato omicidio nei confronti della grazia. Di ciò si rende colpevole anche chi non pondera le parole... La parola è una scelta tra la vita e la morte."

Collana I Miniborei

Collana Mumin

Prossime uscite

Collana Luci

Eventi

Corsi di lingua

Con i corsi di lingue Iperborea continua la sua missione di avvicinamento e scambio tra la cultura scandinava e il nostro paese, iniziata nel 1987 con la ricerca, la traduzione e la pubblicazione delle maggiori opere letterarie classiche e contemporanee del Nord Europa in Italia. Dal 2011 infatti, inizialmente da sola e poi in collaborazione con l’Istituto Culturale Nordico di Anna Brännström, organizza a Milano corsi di lingue nordiche a vari livelli, per singoli e gruppi di tutte le età e per aziende, avvalendosi della collaborazione di insegnanti di lingua professionisti.

I corsi

I più venduti