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Approfondimento

"Uno stradario d'amore per la cultura di San Pietroburgo"

Data | Martedì 05 Settembre
Orario | 11:56

Sebastiano Triulzi su "Il Venerdì di Repubblica" scrive di "Bagliori a San Pietroburgo", ultima opera dello scrittore Jan Brokken, nelle librerie dal 1° settembre. Ne emerge un'analisi profonda, alternata alle parole dell'autore stesso, riportate in discorso diretto, e a citazioni dal romanzo. Un'intervista anticonvenzionale che sembra catturare l'anima dell'opera.

Ecco l'articolo:

PASSEGGIATE PIETROBURGHESI CON GOGOL E RACHMANINOV

CULTURA PROSPETTIVA NEVSKIJ

Nel suo nuovo libro Jan Brokken esplora l'antica città sulla Neva raccontando le vite dei grandi che l'hanno abitata. «Lì la poesia è un contropotere all'autorità violenta»
Esistono luoghi a cui sentiamo di appartenere anche se sono diversi da quelli in cui siamo nati e cresciuti, luoghi che ci incantano, che parlano alla nostra anima una lingua segreta: e ogni qualvolta vi facciamo ritorno, anche se pensiamo che non può succedere ancora, cadiamo di nuovo in uno stato di innamoramento. Per Jan Brokken, scrittore e melomane olandese, tutto questo avviene a San Pietroburgo, a cui ha dedicato un libro ("Bagliori a San Pietroburgo", tradotto per Iperborea da Claudia Cozzi e Claudia Di Palermo) che è una sorta di stradario di amore per la cultura dell'antica capitale russa. «Quando cammino per San Pietroburgo è come se sentissi sempre versi di poesie e pezzi musicali, o vi vedessi riflessi i quadri di Malevic: la sua magia è nel bagliore delle arti che la illuminano» dice Brokken.
La struttura del libro imita la topografia della città, e come si vaga da un vicolo a una piazzola, dal teatro Mariinskij alla Neva, così si passa da un aneddoto all'altro, in modo frammentario, rapsodico: «Volevo portare le persone perniano, volevo farle incontrare con uomini e donne d'eccezione come Anna Achmatova, Nina Berberova, Alexander Blok, Andrej Belyj». Fantasmi in cui Brokken, viaggiatore letterario e sentimentale, si imbatte di continuo: «Un giorno del 2005 alloggiavo all'Hotel d'Angleterre dove erano in corso dei lavori, ma avevano lasciato aperta qualche camera al terzo piano. A un certo punto mi sono reso conto che proprio qui si suicidò il poeta Esenin, usando dei fili elettrici che camminavano lungo il muro. Nella mia stanza c'erano ancora gli stessi cavi». Il libro si apre con la storia della Achmatova, che incarna lo spirito poetico di San Pietroburgo: davanti alla sua figura slanciata, al suo stile raffinato, allo sguardo imperturbabile (Brodskij scrisse che aveva gli occhi di un leopardo delle nevi, grigioverdi), i potenti indietreggiavano. «Le autorità non volevano che parlasse in pubblico, ogni volta scatenava un'adorazione-.nel 1949, quando lesse Poema senza eroe, ci fu un'ovazione che secondo alcuni durò mezz'ora e secondo altri fino a notte fonda».
Se da noi il poeta è un saltimbanco, l'albatros baudelairiano ridicolo e penoso, la poesia per i russi è la prima voce delle persone, una sorta di contropotere dell'autorità forte e aggressiva: «Tutte le paure, le sofferenze, i pericoli che assediano la vita dei russi» conferma Brokken «prendono corpo attraverso la poesia o al teatro o al cinema. Solo lì i russi possono ascoltare ciò che non è permesso dire fuori: è stato così sotto gli zar, durante il comunismo, ora con Putin».
Bagliori a San Pietroburgo è anche un modo per affrontare il nucleo nevralgico del rapporto madre-figlio, mediato dall'esempio letterario: «Ogni giorno la Achmatova andava davanti alla prigione di Krestij, aspettando di avere notizie del figlio arrestato, Lev Gumilèv. Quando tornò dopo quattordici anni di gulag, Lev troncò ogni rapporto con la madre: ignorava i suoi tentativi per farlo liberare, tutte le lettere, le petizioni, le suppliche. La rivide solo dentro la bara».
Il destino si diverte a intessere trame complesse, perché Gumilèv teorizzò la superiorità dei popoli della steppa, più inclini a sacrificarsi per il bene comune grazie alla loro «passionarietà»: «Infatti Putin lo cita spesso nei suoi discorsi».
Brokken parte dal principio che se si vuole far innamorare della letteratura o della musica, bisogna iniziare da piccoli dettagli della vita degli artisti: così c'è spazio per Sergej Rachmaninov, che passò tre anni a fissare il vuoto dopo che la sua Prima sinfonia era stata sonoramente fischiata; o per Nikolaj Gogol, la cui casa è oggi un ristorante. «Prima di scrivere Le anime morte, Gogol insegnava storia all'università, ma di storia, racconta Turgenev, non sapeva niente. A lezione biascicava suoni sconnessi e agli esami lasciava che a interrogare fosse un altro professore. Dopo due anni ne ebbe abbastanza e uscì dall'aula esclamando: "Ignorato sono salito sulla cattedra e ignorato ne discendo!"». E ancora, Aleksandr Glazunov, il direttore del conservatorio che non sapeva ascoltare: «Durante l'esame finale del suo alunno Prokof 'ev si turò le orecchie: "È una musica che fa diventare sordi", disse; e quando toccò a Stravinskij borbottò: "Nessun talento, solo dissonanze"».
Passeggiando per San Pietroburgo, Brokken si sofferma sulla Malaja Morskaja, dove abitarono Dostoevskij (ma cambiò casa 28 volte) e Turgenev, che lo detestava. «Lì visse anche Cajkovskij. Durante la prima della Dama di picche, lasciò il teatro disperato, convinto di aver fallito. Continuava a dirsi che la sua opera non valeva niente, poi sentì alcuni giovani cantarne un'aria e definirla un capolavoro». Non lontano stava Sostakovic: «Per vent'anni, ogni sera alle dieci in punto, aspettava con un piccolo bagaglio che i servizi segreti lo venissero a prendere. Usciva sul pianerottolo per evitare che i suoi figli lo vedessero».
Bagliori a San Pietroburgo non ha il sangue di Anime Baltiche, il precedente libro in cui Brokken attraversava una terra desolata fatta di incroci di civiltà e massacri. Stavolta il genere è quello della conversazione, in cui ricordi personali sostengono il divagare della narrazione. Ecco come Nadezda Mandel'stam salvò le opere del marito Osip: «Ne fece delle copie che nascose in posti diversi. Per sicurezza imparò tutte le poesie a memoria. Gli esseri umani» chiosa l'autore «non hanno diritto alla felicità. I russi hanno dovuto sperimentarlo molto più spesso di noi». A integrare il racconto, come già faceva W. G. Sebald, Brokken ha inserito nel libro delle fotografìe. Ne indica una: è Margarita Terekhova in una scena di Lo specchio, il film di Andrej Tarkovskij del 1975. «Quando leggi un grande libro o guardi un grande film, pensi che quella sia la tua storia. In Lo specchio è riassunto il mio amore per la Russia, per la poesia, la musica, e sopra ogni cosa, l'amore per mia madre. L'ho rivisto una notte, proprio a San Pietroburgo, dopo che lei era morta: nell'ultima scena, la donna ritorna nella dacia, cammina tra i campi incinta del figlio e parte il coro della Passione secondo Giovanni di Bach. A quel punto mi sono messo a piangere».

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