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Approfondimento

La paura dell'altro avvelena la Svezia

Data | Martedì 05 Settembre
Orario | 11:14

Simona Maggiorelli intervista Khemiri

Simona Maggiorelli ha intervistato Jonas Hassen Khemiri per Left, in vista della sua partecipazione al Festivaletteratura di Mantova: il 9 settembre alle 14.45 l'autore presenterà il suo ultimo libro "Tutto quello che non ricordo". Iperborea sarà presente al Festival anche per un altro appuntamento: l'8 ci sarà Jan Brokken, di cui è appena uscito "Bagliori a San Pietroburgo".
Ecco l'intervista:

La paura dell'altro avvelena la Svezia

In una algida e ordinata Stoccolma dove tutto funziona. Eccetto i rapporti umani. Parla di paura del diverso da sé e di mancata integrazione, il toccante romanzo di Jonas Hassen Khemiri che il 9 settembre sarà a Mantova

«La testa del vicino sbuca da dietro la siepe e mi chiede chi sono e cosa ci faccio lì... si scusa, mi spiega che dopo tutto quello che è successo è normale che siamo diventati un po' sospettosi con gli estranei». "Tutto quello che non ricordo" (Iperborea) di Jonas Hassen Khemiri ci porta subito, fin dalle prime righe, nel cuore del problema. Si chiama sospetto, paura dell'altro, razzismo. Un tarlo nascosto dentro villette disseminate di allarmi, dentro un linguaggio educato che si rivolge all'altro in guanti bianchi per evitare ogni contatto, dietro una normalità razionale e ordinata. («La Svezia è l'unico posto al mondo dove anche i neonati imparano a evitare lo sguardo dell'altro»). In questo romanzo lo scrittore svedese svela questa violenza invisibile in modo magistrale raccontando una città ideale, all'apparenza democratica e cosmopolita, come Stoccolma. E ne indaga gli effetti in modo sottile e profondo, spingendo il lettore a interrogarsi sulla vicenda di Samuel, giovane immigrato di seconda generazione, all'apparenza perfettamente integrato, che lavora all'ufficio immigrazione (come in passato il suo autore) ed è innamorato di Laide, attivista per i diritti umani. Più grande di lui, forse un po' rigida, ha scelto di occuparsi di donne abusate, lo fa in modo militante, tenendo ossessivamente il conto degli stupri. Anche l'amica di Samuel, la Pantera, indossa una maschera dicendo di essere un'artista underground. Più scoperto è invece Vandad, che ha sperimentato il carcere, e ne porta i segni. È attraverso le loro voci, a cui se ne aggiungono via via altre, che veniamo a sapere che Samuel è morto. Un incidente? O «come certi dicono, era depresso e lo progettava da tempo»? Khemiri non ci dà la soluzione, ma ne tratteggia un ritratto sfaccettato e complesso attraverso una straordinaria polifonia di voci, dalle quali emerge la sensibilità, "l'innocenza" contagiosa di questo ragazzo che s'interroga sull'amore. Quando ci viene incontro nella hall di un albergo per questa intervista in vista del Festivaletteratura di Mantova, lo scrittore svedese ci appare quasi come un alter ego del suo personaggio, altissimo, esile, con quello sguardo timido e disarmante che abbiamo immaginato quando leggevamo di Samuel. E un attimo prima di entrare nella fucina creativa di questo poliedrico scrittore, drammaturgo ed opinionista svedese classe 1978, figlio di una svedese e di un tunisino e da sempre impegnato nella difesa dei diritti umani:

nel 2013 una sua lettera aperta al ministro della giustizia Beatrice Ask, «Gentile ministro indossi la mia pelle», scatenò un fortissimo dibattito in Svezia.
Khemiri, cosa si nasconde dietro la "normalità" di una società ricca e tuttavia sempre più sospettosa verso gli stranieri?

Una delle molle che mi spinge a scrivere è proprio la curiosità riguardo a ciò che viene definito normale oppure no.

Mettiamo in scena una "normalità"? Perché qualcuno viene escluso e qualcuno no?

Il mio primo romanzo One eye red (2003), aveva come protagonista un ragazzo Halim, figlio di immigrati, che non viene considerato "normale" perché parla uno strano svedese. Nel secondo romanzo Una tigre molto speciale (Guanda 2009, ndr ) ho raccontato di un uomo che vuole diventare "normale", per essere invisibile. Ora la domanda è: chi fa parte del grande gruppo? Chi ne viene tagliato fuori? Perché?

In Tutto quello che non ricordo incontriamo indirettamente un giovane di nome Samuel; un personaggio difficile da afferrare, rischia di essere per noi come gli altri lo descrivono. Fin dall'inizio sappiamo che Samuel è morto e poi incontriamo persone che lo ricordano ma ciascuno a modo proprio. Qual è il ricordo più veritiero?

Non c'è una risposta facile per questa domanda. L'arzilla nonna di Samuel sta perdendo la memoria. Invece Vandad ricorda tutto, registra tutto.

Questo libro interroga il senso della memoria. La scrittura si nutre di memorie profonde e non di ricordi coscienti?

Consapevolmente o meno, mi pongo sempre molte domande su ciò che è successo, al di là dei fatti evidenti, al di là dei comportamenti. In questo romanzo c'è qualcosa che ha a che fare con il modo personale di ricordare.

La lingua italiana ha due termini diversi, ricordo e memoria, le corrisponde questa distinzione?

Molto interessante... mi fa pensare alla differenza fra souvenir e mémoire. La lingua svedese non distingue. Per mostrare la complessità della memoria ho immaginato tante voci che raccontano Samuel sotto prospettive differenti. Parlano di lui evitando aspetti e circostanze che non vogliono ricordare, forse perché troppo dolorose, forse perché si sentono colpevoli. Quando ho perso una persona cara ho sentito l'esigenza di buttare giù ciò che ricordavo per poi rendermi conto che scrivevo ciò che mi faceva sentire buono, bravo. Qui tutti difendono la propria versione di Samuel; in fondo è un modo per difendere se stessi. Ciascuno di loro è convinto di avere la verità in tasca. Vandad si vanta di avere una memoria fotografica, «mi ricordo tutto», dice, ma alla fine è quello di cui ci si può fidare di meno.

In "Così è se vi pare" Pirandello parla dell'impossibilità di conoscere la verità assoluta, ma si potrebbe dire anche di "Uno, nessuno e centomila". Sono testi che lei ama?

Una grande fonte di ispirazione per me, non solo per questo libro, è sempre stato Italo Calvino. Fin da bambino mi ha sempre colpito enormemente il suo modo di narrare, gli spazi di fantasia che apre e cosa la storia può diventare. Da piccolo mi lessero "Se una notte d'inverno un viaggiatore", l'impressione fu enorme, ne rimasi incantato, mi sentii d'un tratto trasportato in una realtà fantastica potentissima. I libri che amo di più sono quelli che ti fanno sentire immediatamente vicino ai protagonisti, che ti rapiscono dentro la narrazione, sono i libri che mi hanno toccato profondamente e mi hanno un po' cambiato.

Molti suoi protagonisti danno questa impressione, sembra di averli lì in scena. Che relazione c'è fra il suo lavoro di drammaturgo e quello di romanziere?

In teatro mi diverto, sperimento idee, le metto alla prova, ma il mio vero lavoro, quello più impegnativo, è scrivere romanzi. In fondo la questione è sempre quella: come raccontare storie senza annoiare? In teatro ogni personaggio ha una voce, c'è sempre un mittente preciso; mi piace che in questo romanzo non si sappia sempre chi sta parlando. A un certo punto un personaggio dice: «Ti ho amato, ti ho amato profondamente». È Laide? La nonna? Vandad? Te lo chiedi perché tutti e tre potrebbero aver pronunciato queste parole. Quando avverto l'esigenza di un racconto che non abbia contorni determinati, che si impongono alla vista, torno al romanzo. E poi i personaggi teatrali, finito lo spettacolo, escono di mente. Vai a cena o a bere qualcosa e spariscono. Il romanzo invece resta, i suoi personaggi non si cancellano.

Colpisce lo spaccato sociale che emerge da questo libro, in particolare l'incontro fra un'immigrata che ha subito violenza e un'efficientissima assistente sociale.

Sono due mondi che si incontrano e non si comprendono. Zainab tende a giustificare il marito, l'altra sa solo dirle avrai un'identità se lavori. Le mie passate esperienze di lavoro mettevano in luce proprio quest'aspetto. Chi veniva nei nostri uffici non voleva mostrarsi vittima, molti tendevano a giustificare la persona che aveva usato loro violenza e non volevano essere identificati come parte di determinate comunità di immigrati. È una questione complessa. Il romanzo mostra anche come il linguaggio politically correct tenga a distanza. Esiste anche una violenza burocratica, la violenza, può essere intrinseca al linguaggio ed è legata all'economia, per cui tanti immigrati non hanno i mezzi per vivere liberamente in città. Come scrittore ciò che conta è che le parole dei personaggi siano vive, che non suonino finte, di plastica. Non penso in modo politically correct, cerco l'energia, la vitalità nelle parole. Se una narrazione vuole importi una certa idea, di solito non funziona, suona forzata. Forse avrei potuto raccontare una storia in cui i personaggi alla fine curano il giardino, mangiano ciliege e conversano amabilmente ma sarebbe suonato tremendamente falso.

Aleggia nel libro l'immagine di una società algida, ordinata, ossessionata dal denaro. Perfino nelle feste «gli invitati ballano garbati come manichini» e «sorridono come omini Lego». L'alto numero dei suicidi rivela il lato nascosto e malato di tutto ciò?

L'immagine mitizzata della Svezia induce a pensarci come dei privilegiati fuori dal mondo. La verità è che abbiamo avuto un passato di conquiste democratiche, ma il nostro sistema socialdemocratico è andato incontro a grossi cambiamenti. In peggio. Alcuni allora hanno cominciato a chiedersi chi fa parte della nostra società? Chi è outsider? Qual è il collante che ci tiene insieme? Chi è perfetto per questo Paese? Proprio a causa di questa stereotipata perfezione, ciò che mi attrae è scrivere di ciò che non fa parte di questa immagine ufficiale. La sfida è raccontare ciò che vivo e sfugge a tutto ciò. Certo Stoccolma è una bella città, piena di acqua, ma c'è anche dell'altro. Riconoscere le proprie fragilità, rende più forti. Ciò che conta davvero è ciò che non appartiene al mito della Svezia. Se il mio libro riesce nell'impresa di dinamizzare e rendere più complessa la visione della Svezia ne sono contento.

Come opinionista lei è intervenuto sui media denunciando razzismo e xenofobia. Potremmo dire però che tutti i suoi libri sono politici?

Sono intervenuto in circostante specifiche chiedendo una reazione, una risposta ai nostri politici. È evidente, oggi in Svezia tante persone non si sentono rappresentate. È vero, in un certo senso, che tutti i miei libri sono politici. Razzismo e misoginia sono tematiche che affronto in questo romanzo, ho cercato di raccontare come è cambiato il volto della città: i ricchi oggi vivono separati dai poveri non ci sono luoghi di incontro. Perciò ho voluto che in questo libro girassero voci, in queste pagine le persone devono parlarsi, sono costrette ad incontrarsi attraverso la storia di Samuel.

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