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Approfondimento

La "voglia di natura" secondo Fredrik Sjöberg

Data | Lunedì 28 Agosto
Orario | 15:48

Su Robinson, inserto culturale de La Repubblica, domenica 27 agosto è stato pubblicato un articolo dell'autore di "L'arte di collezionare mosche", Fredrik Sjöberg. "Ditemi perché leggete i miei libri" è il titolo e si tratta di una visione originale del perché i lettori comprino i suoi libri.
Ecco l'articolo:

Ha scritto "L'arte di collezionare mosche" e si diverte a prendere in giro questa nuova mania editoriale, diffusa anche all'estero. Ma Sjöberg spiega anche che è un fenomeno ciclico: un tentativo di rispondere alle cupe previsioni sul futuro

A intervalli regolari nella storia dell'Occidente, gli abitanti delle città vengono colti da un'intensa voglia di natura. Non sto parlando di un ritorno a uno stile di vita più rustico imposto da fattori esterni, come durante la peste ai tempi di Boccaccio o nel corso della Prima guerra mondiale, quando un fazzoletto di terra coltivabile poteva fare la differenza tra vita e morte; no, sto parlando di quei momenti di grande benessere che generano piuttosto una certa saturazione. Come il nostro.
La natura si è rivelata uno schermo perfetto su cui proiettare ogni genere di frustrazione, e ci sono segnali che ora sta accadendo di nuovo. Basta passare in rassegna gli scaffali della libreria più vicina per vedere che da tempo la natura non era così in voga come oggi. I tedeschi accorrono in massa a comprare libri sulla vita spirituale degli alberi, i norvegesi si interessano alla pesca degli squali e al taglio della legna, mentre gli inglesi divorano manuali su come riempirsi il giardino di calabroni. Negli Usa poi il bicentenario della nascita di Henry David Thoreau ha scatenato un'inondazione di fantasie romantiche più o meno letterarie sulla natura.
Cosa leggano gli italiani al momento non lo so di preciso, ma già il fatto che un numero sorprendente di persone leggano i miei libri indica che perversioni simili hanno trovato terreno fertile anche qui. Non mi riferisco a manuali veri e propri come Guida alle libellule e farfalle del Parco di Portofino (2016), per citare una delle mie ultime scoperte in quest'ambito; noi che leggiamo questo genere di cose siamo sempre esistiti e siamo sempre stati pochi. No, mi riferisco ai libri sulla natura che in realtà parlano di qualcos'altro.
In Svezia, per esempio, quest'estate è uscito un libro sulle piante selvatiche commestibili o comunque utili. Ha tutte le carte in regola per diventare un bestseller, non perché la gente voglia davvero nutrirsi di olmaria o di tifa, né perché abbia necessità di combattere il catarro con decotti di aghi di pino; bensì perché la natura, o almeno il pensiero della natura, è una via di fuga da - già, da cosa? Si potrebbe dire che si tratta di un libro di ricette, e sappiamo tutti che i libri di ricette svolgono una funzione essenzialmente pornografica, ma le cose non sono così semplici. Il richiamo della natura è ben più forte. In questi libri si può riscontrare soprattutto una forte vena di critica culturale. Le storie che, appena qualche anno fa, parlavano per lo più di avventure - ragazzi borghesi viziati che navigano in canoa o scalano alte montagne - ora sono sempre più caratterizzati da un antico e nobile Weltschmerz, come Jean Paul definì il sentimento di stanchezza del mondo.
Ma la ricerca di emozioni è sempre la stessa. Provare a sopravvivere in una foresta grazie a bacche e rametti può essere piuttosto emozionante, ma per lo più non è che un passatempo; quella di cui parlo è un'emozione più cupa, che confina col terrore, che nasce dalla guerra e dalla peste e dalle catastrofi. L'apocalisse.
Ora, si può discutere se davvero la fine sia già arrivata, o se mai arriverà, ma in realtà non ha importanza. Il desiderio di tornare alla natura è autentico, che si tratti di godere della sua bellezza e della sua ricchezza prima che scompaia, o di trasferirsi letteralmente in campagna per essere pronti all'esplosione finale.
Questo tratto apocalittico si ritrova specialmente tra gli scrittori più giovani. La società dei consumi tardocapitalista è data per spacciata. La catastrofe arriverà, è solo questione di tempo. Persino John Seymour (1914-2004) è tornato di moda. È possibile che le sue guide all'autosufficienza siano più popolari adesso che negli anni Settanta, l'ultima volta in cui il movimento neorurale aveva preso piede. I suoi seguaci sono numerosi.
All'epoca, negli anni Settanta, quando era la sinistra politica a dettare la linea, si parlava a questo proposito di escapismo: chi si metteva a coltivare carote e andava in visibilio per le citazioni apocrife di qualche capotribù nativo americano era visto come un disertore della lotta di classe, che allora era fondamentale. Oggi le cose non sono altrettanto semplici, non da ultimo perché le questioni ambientali e le politiche identitarie hanno molta più importanza. Certo, allora c'erano la guerra fredda e la minaccia atomica, e la paura poteva trasformare le persone in prepper, ma c'è comunque una differenza.
Oggi i prepper (o survivalisti, pronti ad affrontare le future catastrofi, ndr) sono di molti tipi diversi.
Alcuni ovviamente costruiscono ancora bunker che poi riempiono di armi, maschere antigas e provviste in scatola, ma la versione light è infinitamente più comune: sono quelli che comprano una casetta a una distanza comoda dalla città, dove coltivano da sé le patate e si godono la compagnia delle galline, più che altro per sfuggire allo stress e al frastuono e all'alienazione della metropoli.
I primi sognano una guerra che riscatti la virilità in un presente effeminato, mentre i secondi si preoccupano per il clima e la biodiversità, forse sotto sotto anche per la minaccia delle migrazioni. Quel che hanno in comune è la natura.
I pochissimi che si avventurano nelle terre selvagge, o muoiono o tornano subito indietro, temprati dalla scoperta che la brutalità della natura supera persino quella delle culture meno civili. La tendenza attuale è quindi una via di mezzo: una casa in campagna, un po' di terra, la licenza di caccia e una 4x4 sgangherata, più una famiglia nucleare e preferibilmente un appartamentino in città, a pochi passi dai locali più trendy.
Una vita felice, per un po'. Tornate tra qualche anno, e la natura sarà di nuovo fuori moda. Ma prima che accada, le case editrici faranno affari d'oro. Persino nel migliore dei mondi possibili, pare, la vita stessa, e anche l'amore, hanno bisogno dei libri di ricette.

© RIPRODUZIONE RISERVATA L'autore Fredrik Sjöberg Nato a Västervik, in Svezia, nel 1958 è entomologo, biologo e scrittore. Nel 2009 espone alla Biennale di Venezia la sua collezione di mosche. Tra i suoi libri c'è infatti L'arte di collezionare mosche (Iperborea, 2015). L'ultimo uscito è L'arte della fuga (Iperborea, 2017) Le foto Altri protagonisti tra arte e antropologia di Eyes as Big as Plates. Dall'alto in senso orario: Agnes II, Norvegia (in grande); Astrid, Norvegia; Leena, Finlandia; Pupi, Finlandia

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