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Mappe e miti per viaggiare in Islanda

Data | Lunedì 17 Luglio
Orario | 12:41

Nicola Lecca racconta "Atlante leggendario delle strade d'Islanda" su la Repubblica.it

Tra villaggi dai nomi impossibili da pronunciare e spiagge, la Statale N. 1 gira tutt'intorno all'isola del nord Europa. Jón R. Hjálmarsson la descrive senza trascurare elfi, troll e leggende fantastiche
Nei millenni, l'Islanda ha preteso molte vite dai suoi pochi abitanti. I sopravvissuti alle eruzioni vulcaniche, le vedove dei pescatori scomparsi in mare e i figli dei raccoglitori di uova precipitati nei dirupi preferirono imputare a fantasmi e ad altre misteriose figure la responsabilità delle disgrazie. Miti e leggende divennero presto un balsamo per lenire le ferite procurate dal destino. Frutto di un'ostinata ricognizione della Statale N. 1 che gira tutt'intorno all'isola, "Atlante leggendario delle strade d'Islanda" (Iperborea) riesce a essere, con i suoi sessanta capitoletti, una guida, una raccolta di favole e un testo storico con il gusto dell'arcano, anche per chi in Islanda è vissuto a lungo.
Il curatore Jón R. Hjálmarsson, servendosi di leggende che hanno finito per dare il nome ai luoghi in cui sono state ambientate, apparecchia per il lettore un banchetto ricco di elfi, mostri e tritoni: ma anche di esche maledette ricavate dai brandelli di una vecchia assassinata. Dalla penisola di Snæfelsnes fino alla costa orientale dell'Islanda, attraversiamo la mistica zona dell'undir Jökli (che ispirò il Nobel Halldór Laxness per il suo romanzo Sotto il ghiacciaio), incontriamo villaggi dai nomi impronunciabili (Kirkjubæjarklaustur significa letteralmente "Convento della fattoria della chiesa") e scopriamo la baia di Djúpalónssandur dove, ancora oggi, si trovano Pienaforza, Mezzaforza e Debolezza: i tre diversi macigni cui era affidato il compito di saggiare i muscoli dei pescatori che ambivano a far parte di un equipaggio. Lungo la via, ci sono anche la nera spiaggia di Dritvík — che le onde musicano smuovendone i ciottoli — e l'isolotto di Grímsey: formato dalla terra gettata in mare da alcuni troll.
A vederlo così, disegnato sulla mappa, pare la capocchia di uno spillo appuntato proprio sulla linea del circolo polare artico.
Avventurarsi lungo le deviazioni della statale N. 1 e prendere certi sentieri montani porta a incontrare i fiumi ribelli che, dal ghiacciaio Vatnajökkul, si riversano a valle creando umidi deserti di sabbia alluvionale, ma significa anche ammirare gli arcobaleni multipli che le cascate di Gullfoss sanno inanellare fra il tumulto delle loro acque, e scorgere — dallo Skagafjörđur — le scoscese pareti basaltiche dell'isolotto di Drangey, popolato da duecentomila volatili.
Non mancano le leggende.
Nella zona di Egilsstađir si racconta di uno strato di panna talmente spesso nelle tinozze del latte da reggere il peso di un ferro di cavallo, e dello spettro di una moglie gelosa che, dall'aldilà, perseguitò a lungo il marito passato a nuove nozze.
Più a sud, ci sono luoghi in cui, dopo vent'anni esatti dal matrimonio, le spose svaniscono nel nulla.
Non soltanto miti e credenze: tra le pagine di questo accurato repertorio islandese la realtà sfiora spesso la fiabesca narrazione cui si oppone.
La morte di interi capi di bestiame causata dai gas tossici di un'esplosione vulcanica, la razzia dei pirati algerini che — nel 1627 — vendettero al mercato degli schiavi duecento islandesi catturati nell'arcipelago delle Vestmannæyjar, e il pregevole libro di Flatey — scritto su pergamene ricavate da centotredici vitelli per essere donato a Re Federico II di Danimarca — sono alcuni dei tanti eventi che, con la loro peculiarità, segnano il labile confine che, in Islanda, fatica a separare la realtà dal frutto della fantasia.

Questa recensione di Nicola Lecca è stata pubblicata su la Repubblica.it domenica 4 giugno 2017

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