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La "Saga di Ragnarr": da racconto ibrido fra leggenda e realtà a serie televisiva

Data | Lunedì 10 Luglio
Orario | 16:56

Iperborea ha ripubblicato in questi giorni la "Saga di Ragnarr", un racconto islandese d'armi e d'amore risalente al XIII e XIV secolo che narra le vicende della stirpe di Ragnarr, delle sue mogli e dei suoi valorosi figli, a cui si è recentemente ispirata la serie televisiva "Vikings" di Michael Hirst. Ad arricchire questa edizione, che ripropone la traduzione e l'introduzione di Marcello Meli, ci sono una veste grafica del tutto nuova e la postfazione di Fulvio Ferrari, germanista, scandinavista e docente di Filologia germanica dell'Università di Trento, che riportiamo qui di seguito.

L’immaginario contemporaneo è abitato da una miriade di figure ereditate da un passato più o meno lontano: divinità classiche o barbariche, raffinati signori rinascimentali, mostri sanguinari generati da leggende tramandate di generazione in generazione, guerrieri medievali e cavalieri popolano romanzi storici e fantastici, film, fumetti, videogiochi e serie televisive. Ognuno di noi, con il semplice gesto di aprire un libro o di accendere un computer, ha la possibilità di penetrare in un mondo di finzione costruito assai spesso con materiali di recupero, ricavati da narrazioni antiche e ricombinati, ampliati, integrati in modo tale da rispondere al gusto e alle esigenze del pubblico del giorno d’oggi. Che questa sia una caratteristica propria dell’attuale panorama culturale non corrisponde del tutto al vero: è sufficiente addentrarsi un po’ nelle tradizioni letterarie medievali per rendersi conto di come anche in quell’epoca lontana personaggi storici e d’invenzione, appartenenti a un passato remoto o meno remoto, spesso si incontrassero e interagissero negli stessi racconti. Gli eroi medievali – non diversamente, in fondo, dai moderni protagonisti delle narrazioni seriali – passavano inoltre di avventura in avventura, si intrufolavano in racconti di cui erano protagonisti altri eroi altrettanto celebri, e a volte si sfidavano tra di loro per stabilire chi fosse il più forte. I più popolari di questi personaggi compaiono già in epoca medievale in più versioni: chiaramente riconoscibili, ma
sempre un po’ diversi, adattandosi alla cultura di chi rielaborava la loro storia e a quella di chi
la leggeva o la sentiva raccontare.
Perché alcuni di loro sono rimasti confinati al proprio tempo e sono noti ora quasi esclusivamente agli studiosi, mentre altri godono oggi di una popolarità di gran lunga maggiore che in epoca medievale? La questione è affascinante ma, credo, non abbia risposta. Dietrich von Bern, trasfigurazione leggendaria del re ostrogoto Teodorico il Grande, era probabilmente l’eroe più noto e popolare del medioevo tedesco, ma ben pochi oggi conoscono le sue avventure. Beowulf, sovrano scandinavo la cui
storia ci viene narrata in un poema anglosassone tramandato da un unico manoscritto medievale, è stato invece, nell’ultima ventina d’anni, protagonista di una mezza dozzina di film, di una quantità di versioni a fumetti e di una serie televisiva, oltre che di numerose trasposizioni letterarie. E, naturalmente, non si contano le versioni moderne e contemporanee della leggenda di Sigfrido, l’uccisore del drago.
Più discreta, diremmo, è stata nei secoli la presenza di un altro eroe della Scandinavia medievale: Ragnarr Loðbrók. Forse all’origine della sua leggenda c’è quel capo vichingo che le fonti medievali chiamano Raginarius e che nell’845 attaccò la città di Parigi; forse nella figura letteraria di Ragnarr si combinano tratti appartenuti a figure storiche diverse e anche tratti del tutto fantastici: probabilmente non sapremo mai se un Ragnarr Loðbrók, per quanto diverso dal personaggio letterario che conosciamo, sia davvero esistito. Di certo è però esistito Ívarr Senz’ossa, uno dei capi della grande armata vichinga che devastò l’Inghilterra nel corso del IX secolo e che viene presentato nelle fonti
nordiche come uno dei figli di Ragnarr.
Di Ragnarr, infatti, parlano diverse fonti medievali scandinave. Due le riproponiamo qui nella traduzione di Marcello Meli: la "Saga di Ragnarr" ("Ragnars saga Loðbrókar") ed "Episodio dei figli di Ragnarr" ("Ragnarssona þáttr"), entrambi testi islandesi risalenti probabilmente al periodo compreso tra XIII e XIV secolo. Dal racconto di questi due testi si distanzia tuttavia notevolmente quello contenuto nei "Gesta Danorum", opera storiografica latina composta intorno al 1200 dal danese Saxo Grammaticus: è qui che compare, come prima sposa di Ragnarr, la coraggiosa e spregiudicata guerriera Lathgertha, sconosciuta alle versioni islandesi, che dal canto loro presentano invece l’altrettanto affascinante figura di Aslaug, figlia dei leggendari Sigfrido (Sigurðr in antico nordico) e Brunilde. Per le fonti medievali e le loro reciproche relazioni si rimanda al saggio di Marcello Meli pubblicato in questo stesso volume, vale però ancora la pena di ricordare qui un altro testo che, a partire dalla traduzione pubblicata dal poeta inglese Thomas Percy nel 1765, ha contribuito a mantenere viva la memoria dell’eroe vichingo: "Krákumál", composto probabilmente nelle isole britanniche nel XII secolo, è il canto di morte che Ragnarr intona nella fossa dei serpenti in cui l’ha gettato il re inglese Ella e che termina con il celebre verso "læjandi skalk deyja", «io morirò ridendo», un verso che è rimasto indissolubilmente legato all’immagine moderna dell’antico guerriero nordico. Ben prima della traduzione di Percy, Ragnarr era tornato a far capolino nella letteratura europea grazie alla tragicommedia "Landgartha" dell’irlandese Henry Burnell, messa in scena a Dublino nel 1640 e pubblicata in volume l’anno successivo. Nella vicenda dell’eroina nordica (la "Lathgertha di Saxo") e nelle antiche guerre tra svedesi, danesi e norvegesi, Burnell riconobbe un materiale narrativo adatto a costruire un’allegoria della situazione politica dei suoi giorni e del gioco diplomatico e militare tra Irlanda, Inghilterra e Scozia. Un intento politico, del resto, non era estraneo neanche al poeta Friedrich de la Motte Fouqué, quando nel 1810, tra l’infuriare delle guerre napoleoniche, pubblicò il dramma in versi "Aslaug" come terza parte della trilogia "L’eroe del Nord" ("Der Held des Nordens"), una ripresa della leggenda nibelungica che doveva servire a forgiare l’identità culturale del risorto popolo tedesco.
Avvicinandoci a noi nel tempo, tre sono le principali apparizioni di Ragnarr e dei suoi figli negli ultimi cento anni. Nel 1951 lo scrittore americano Edison Marshall pubblica il romanzo "The Viking" da cui qualche anno più tardi, nel 1958, viene tratto uno dei film di argomento vichingo più popolari della storia del cinema, "The Vikings", del regista Richard Fleischer, con un cast di stelle hollywoodiane di prima grandezza tra cui spiccano i nomi e i volti di Kirk Douglas, Tony Curtis e Janet Leigh. Con le tradizioni medievali su Ragnarr, a dire il vero, il film ha poco a che fare: i fratellastri rivali Erik ed Einar e il loro amore per la bella principessa gallese Morgana non hanno alcun riscontro nelle fonti, resta però la contrapposizione tra il re inglese Ælla e il capo vichingo Ragnar, che in questo caso non finisce i suoi giorni in una fossa di serpenti, ma in un’inedita fossa di lupi affamati.
Nella tradizionale fossa dei serpenti muore invece Ragnarr subito all’inizio della trilogia ucronica "Il martello e la croce" ("The Hammer and the Cross") pubblicata dallo scrittore americano di fantascienza Harry Harrison tra il 1993 e il 1996. Il protagonista di questa storia, ambientata nel IX secolo, è in realtà un saggio e coraggioso schiavo inglese che porta il nome di Shef Sigvarthsson. In un fantastico ribaltamento della verità storica, Shef si allea con re Alfred del Wessex per combattere sia il potere di una chiesa cristiana ipocrita e avida, sia gli spietati figli di Ragnarr che, dopo la morte del padre, hanno invaso il suolo britannico. È una curiosità non priva di interesse che alla composizione della trilogia abbia collaborato come coautore, sotto lo pseudonimo John Holm, il medievista Tom Shippey, uno dei maggiori studiosi viventi dell’opera di Tolkien.
Agli occhi della maggior parte dei nostri contemporanei, tuttavia, il volto leggendario di Ragnarr Loðbrók si identifica con quello dell’attore australiano Travis Fimmel, che interpreta il personaggio dell’eroe vichingo nella serie televisiva "Vikings". Ideata e scritta da Michael Hirst, la serie traccia un ampio affresco in cui personaggi storici, leggendari e di invenzione interagiscono in uno stesso mondo narrativo. Combinando tra loro la Saga di Ragnarr e il racconto di Saxo, Hirst presenta su una stessa scena la guerriera Lagertha e Aslaug, la figlia di Sigurðr, e intesse tra loro una relazione di rivalità e di rancore. Non solo, Ragnarr è qui il fratello di un’altra figura leggendaria, quel Hrólfr di cui ci parla l’antica "Göngu-Hrólfs saga" e che la storiografa latina medievale chiama Rollo: il capo vichingo che ricevette da Carlo il Semplice quella regione che si sarebbe da allora in poi chiamata Normandia (vale a dire la terra dei normanni, gli uomini del Nord) e che in cambio si convertì al Cristianesimo e si sottomise al re di Francia. Altri personaggi storici – i sovrani inglesi Ella e Alfredo, il primo re di Norvegia Haraldr Bellachioma e forse anche il primo colonizzatore dell’Islanda, Flóki Vilgerðarson – popolano il mondo della serie, e tra loro si aggira un viandante che porta uno dei tanti nomi dietro cui frequentemente si nasconde Odino, il padre degli dei: Harbarðr. Sospesa tra storia e leggenda, tra ricostruzione e immaginazione, la serie non ha certo la finalità di offrire un’immagine fedele del mondo nordico medievale, ma è indubbiamente riuscita a suscitare in molti spettatori, soprattutto giovani, il desiderio
di approfondire la conoscenza di questo mondo. E allora quale migliore occasione per farlo dell’andare alle origini narrative della leggenda di Ragnarr Loðbrók e leggere la saga che racconta le imprese e le avventure sue e dei suoi altrettanto straordinari figli?

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