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Approfondimento

Jonas Hassen Khemiri: "La mia prima lettrice"

Data | Martedì 23 Maggio
Orario | 09:23

Il 5 luglio, nell'ambito di Letterature-Festival Internazionale di Roma, è stato proclamato il vincitore della quarta edizione del Premio Strega Europeo 2017. Complimenti alla scrittrice Jenny Erpenbeck e a tutti i finalisti: Ali Smith, Mathias Énard, László Krasznahorkai e il nostro Jonas Hassen Khemiri. Qui di seguito l'inedito letto da Khemiri nel corso della serata di premiazione alla Basilica di Massenzio, in cui l'autore svedese racconta l'incontro con la sua prima casuale lettrice.

Nel centro di Stoccolma c’è una Casa della Cultura. All’ultimo piano della Casa della Cultura c’è un bar. Davanti al bar c’è un palco e proprio stasera su quel palco ci sono degli scrittori. Scrittori molto nervosi. Tutti hanno pubblicato quest’anno il loro primo libro e adesso è il momento del DEBUT BAR, il che significa che dovranno leggere ad alta voce dei brani tratti dalle loro opere. Incontrare il loro pubblico. Lettori tridimensionali, in carne e ossa, che possono ridere, sbadigliare, entusiasmarsi, fischiare, tirare uova o forse la cosa peggiore di tutte: mostrarsi francamente indifferenti alle parole che in qualche momento hanno significato così tanto per lo scrittore.
Tutti i posti a sedere sono occupati, fa così caldo che si può disegnare sulla condensa alle finestre. In prima fila ci sono le mamme orgogliose, i fidanzati con costose macchine fotografiche, gli editori già ubriachi. In mezzo i comuni lettori. In fondo gli invidiosi pieni d’odio. Quelli che pensano che i veri scrittori dovrebbero starsene a casa a scrivere, invece di salire su un palco e crogiolarsi nell’ammirazione dei lettori.
Io non sono uno degli scrittori sul palco. Non sono una delle mamme orgogliose. Sono uno degli invidiosi pieni d’odio. Alzo gli occhi al cielo alle metafore trite, ostento sbadigli alle lunghe descrizioni dei boschi. Odio quando qualcosa è brutto, ma odio ancora di più quando qualcosa è bello. Sono il lettore che più temo.
Ho diciotto anni e scrivo da quando ho memoria. Ciò non significa che abbia imparato a scrivere particolarmente presto, ma soltanto che per tutta la vita ho avuto la sensazione di poter fissare davvero i miei ricordi solo quando li mettevo per iscritto. Ho cominciato a tenere un diario che avevo sette anni. Da allora non ho più potuto smettere. Ho scritto racconti d’amore, canzoni hip-hop, filastrocche natalizie, necrologi per supereroi e negli ultimi anni ho impiegato tutto il mio tempo a cercare di scrivere un romanzo. Un romanzo vero. Un romanzo che vorrei avesse su un potenziale lettore lo stesso effetto che Lindgren e Hinton, Faulkner e Duras, Kanafani e Cortazar, Nabokov e Nas hanno avuto su di me. Mi hanno allargato gli orizzonti. Mi hanno fatto capire che non sono solo, non sono rotto. O meglio, ovvio che sono rotto, ma un sacco di altre persone prima di me hanno provato qualcosa di simile o esattamente identico.
L’unico problema è che nessuno sa che scrivo. Non i miei genitori, né i miei fratelli, né i miei amici. Sono terrorizzato all’idea di dirlo a qualcuno. Invece di mostrare i miei scritti a qualche editore vado al Debut Bar, mi siedo in fondo e borbotto qualcosa su quelli che osano. Perché non dico a nessuno che scrivo?
Forse perché vengo da una famiglia in cui i libri avevano un’importanza vitale ma si riteneva un po’ presuntuoso credere di essere capaci di scrivere. Leggere libri andava da sé, ma scriverli? E poi cosa farai? Inventerai la macchina del tempo? Ti teletrasporterai in una nuova galassia? Cercherai di trasferire i pensieri da un cervello all’altro al di là del tempo e dello spazio con il solo aiuto di qualche scarabocchio nero su sfondo bianco? Ma fammi il piacere. È impossibile. Smettila di sognare.
O forse non ho mai detto a nessuno che scrivevo perché frequentavo un liceo dove parlare di scrivere era considerato il massimo. Ragazzi che andavano in giro con baschi per niente ironici parlavano delle loro poesie ancora non scritte. Ragazze in sciarpe frangiate parlavano del loro progetto di scrivere un romanzo generazionale. Il professore di filosofia parlava del libro di testo che avrebbe presto scritto, in primavera, o magari in estate, o al più tardi il prossimo autunno. Tutti parlavano, parlavano e parlavano, ma sembrava che non scrivessero mai.
Adesso ho quasi quarant’anni e comincio a sospettare che il vero motivo per cui non dicevo a nessuno che scrivevo era la preoccupazione di come lo sguardo degli altri avrebbe cambiato il mio rapporto con le parole. Perché quando scrivevo non c’era nessun occhio esterno a osservarmi. Nessun orecchio a sentire se sbagliavo a pronunciare il nome di un autore che avevo visto solo scritto. Nessuna bocca a sciorinare tutte le ragioni per cui avrei fallito. Nessun cervello a pensare che facevo per finta. Nessun indice puntato a prendermi in giro. O meglio. A pensarci bene, c’erano tutte queste cose. Sia nella scrittura che nella cosiddetta vita reale. Ma quando scrivevo avevo la capacità di influenzarle. C’era una libertà che la vita non mi dava.
Quando la scrittura funzionava, mi trasformavo nelle parole. Il mio corpo diventava testo, le mie esperienze diventavano eterne e il vuoto che sentivo perché la vita era solo vita, un interminabile martedì con una pioggerellina incessante, la fila al bancomat, gli auricolari che ballano, la metro in ritardo, veniva sostituito dalla sensazione vertiginosa che la vita contenesse davvero qualcosa, che non fosse soltanto un guscio presto morto.
Era una specie di magia. E la cosa folle era che fosse sempre a mia disposizione. Il testo non tradiva. Amici si trasferivano all’estero, famigliari sparivano, parenti morivano. Ma il testo rimaneva. Non aveva altre priorità. Non incolpava la politica o l’economia o le malattie per la sua assenza. E ogni volta che qualcuno se ne andava, potevo ricorrere ai miei ricordi e metterli per iscritto. Le parole mi davano un senso di stabilità in un mondo dove tutto scorreva via.
Ero convinto che la libertà che provavo con la scrittura dipendesse dal fatto che nessuno mi vedeva. Per questo scrivevo in segreto. Per questo mi ripetevo che non avevo nessun bisogno di lettori. Per questo me ne stavo seduto in fondo al Debut Bar a odiare tutti quelli che avevano più coraggio di me.
Poi incontrai una lettrice. Mi penetrò con lo sguardo. Non mi chiese se scrivevo. Mi chiese cosa scrivevo. Come fai a sapere che scrivo? le domandai. Lo so e basta, mi rispose. Ok, ammisi. Scrivo. Ma solo per me. Per il cassetto della scrivania.
Chiese di potermi leggere. Dissi di no.
Me lo chiese di nuovo. Dissi di no, ma stavolta esitai un attimo.
La terza volta che me lo chiese mi arresi.
Ed ebbi fortuna.
Lei non era piena d’odio.
Era un lettrice fantastica. Era paziente e benevola. Era tutto quello che io non ero quando mi sedevo nei posti in fondo al Debut Bar. Si immerse nei miei manoscritti mettendo una stellina dorata su quello che le piaceva e inventandosi una sua categoria per quello che le piaceva meno. La chiamò “TS”. Stava per “Troppo scrittore”. Cosa significa? le domandai. Quando trovi TS a margine, significa semplicemente che stai cercando un po’ troppo di fare lo scrittore, mi spiegò.
Un modo gentile per dire: Questo è ridondante. Questo paragrafo non ha niente a che fare con la storia. Questo personaggio risulta piatto come una sagoma di cartone. E questa metafora, quando paragoni un personaggio piatto a una sagoma di cartone, è un po’ troppo scontata.
E la cosa strana era che il testo non moriva per il fatto di avere un lettore. Scrivere non diventava noioso. Al contrario, la mia prima lettrice mi mostrò che sono i testi conservati sotto vuoto a morire. Mi fece capire che le parole hanno bisogno di altri occhi per crescere e diventare forti.
Cinque anni dopo pubblicai il mio primo romanzo. Fui invitato al Debut Bar alla Casa della Cultura. Devo proprio? chiesi al mio editore di allora. Sarà divertente, disse lui. Ci sarò anch’io. In prima fila. Poi ci facciamo un bicchiere di vino.
Salii sul palco e cominciai a leggere. Incespicavo. Mi sentivo a disagio. Ma non aveva importanza. Perché le parole lette ad alta voce sono per finta. Tutto ciò che filtra attraverso di noi è transitorio. Le Case della Cultura verranno demolite, gli autori moriranno. Ma il testo rimane.

Jonas Hassen Khemiri, 2017

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