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Approfondimento

Com'è bello andare a caccia degli squali groenlandesi

Data | Lunedì 15 Maggio
Orario | 13:08

Fredrik Sjøberg racconta in anteprima "Il libro del mare" di Morten A. Strøksnes

Questo testo di Fredrik Sjøberg è stato pubblicato su Tuttolibri - La Stampa sabato 13 maggio 2017

All’inizio del secolo scorso, all’epoca in cui l’emigrazione verso l’America era considerata l’unico vero problema per la Svezia, venne creato l’Osservatorio sull’immigrazione, guidato dallo statistico Gustaf Sundbärg. Le ricerche condotte dall’Osservatorio proseguirono per diversi anni e vennero pubblicate in una ventina di volumi. Tra questi, quello più appassionante è un breve supplemento pubblicato nel 1911 con il titolo "Il carattere nazionale degli svedesi". È una lettura che raccomando, ora che la svedesità è di nuovo al centro della pubblica discussione.
Il buon Sundbärg non è tenero: gli svedesi vengono giudicati degli incapaci quasi in tutto. Privi di nerbo, ingenui. C’è solo un campo in cui il tipico svedese è superiore a chiunque altro: l’amore per la natura. La ragione viene individuata nel fatto che il paesaggio svedese è così idilliaco e seducente. Sano e bello. Dei danesi, invece, dice che sono del tutto disinteressati al loro squallido ambiente, il che li rende dei migliori conoscitori dell’animo umano, addirittura psicologicamente profondi.
Già, e poi ci sono i norvegesi. Questione delicata. Stiamo parlando di un periodo non molto lontano dalla separazione della Norvegia dalla Svezia e la relazione tra i due popoli era ancora un tantino difficoltosa. Sundbärg si limita dunque a osservare che sì, la natura in Norvegia è di una impressionante maestosità, ma d’altro canto è anche minacciosa e opprimente. Se ciò abbia influenzato il carattere nazionale dei norvegesi, e in che modo, il lettore deve deciderlo da sé. Tutto questo è naturalmente piuttosto ridicolo, come quasi tutto quello che ci hanno lasciato i giorni di gloria del più pomposo nazionalismo. E tuttavia: il ricordo di quegli allegri pregiudizi è riaffiorato da una non meglio precisata profondità quando ho letto la recente traduzione svedese del "Libro del mare" di Morten Strøksnes. La descrizione della natura c’entra per qualcosa.
È impossibile attribuire "Il libro del mare" a un genere ben definito, ma alla fin fine si tratta di una storia di pescatori. Due uomini di mezza età e norvegesi fino al midollo, lo scrittore e il suo amico Hugo, decidono di prendere la barca e andare a pescare. Le acque in cui si avventurano non sono però quelle di un grazioso laghetto d’estate, tra piante di rosa canina e nudisti, ma quelle del Vestfjorden, alle Lofoten, e il pesce che cercano di prendere all’amo non è che sia un pesce persico reso apatico dall’eccesso di cibo, no, è un pescecane, uno squalo della Groenlandia, un mostro avvolto nel mito che può arrivare a pesare molte, molte centinaia di chili. Laggiù, nelle tenebre.
Tutto in questo libro è grandioso. Le montagne si innalzano come quinte fino al cielo, nere e aguzze, e si inabissano poi verticalmente negli abissi marini, dove la corrente del Golfo pompa ogni giorno tanta energia quante tutte le centrali a carbone del mondo ne producono in dieci anni. Gli uragani tuonano con forza primigenia e quando si placano, e può avere inizio la pesca, nelle distese marine si avvistano capodogli e orche. Grande e maestoso. Hugo, un artista dell’impagabile genere di quelli che espongono gatti imbalsamati alla Biennale di Venezia, abita là al Nord in una stazione di pesca abbandonata da molto tempo, un grande edificio in rovina di duemila metri quadri che lui cerca di ristrutturare facendone un atelier e un salone delle feste per i partecipanti al campionato mondiale di pesca al merluzzo: e anche le loro sbronze sono di impressionante maestosità, minacciose e opprimenti.
L’autore, un famoso reporter e saggista, sale da Oslo in una giornata di luglio, quando le previsioni del tempo promettono bonaccia nel Vestfjorden. Sulla barca caricano cinquecento metri di grossa corda di nylon che termina con qualche metro di catena, un piombo pesante come una piccola cucina economica e un enorme amo di acciaio a cui poi attaccano pezzi di carne mezzi marci di un toro tanto duro a morire che avevano dovuto sparargli ripetutamente con un fucile di un calibro capace di ammazzare un alce a più di cento metri di distanza. Nessuno dei due ha mai catturato uno squalo della Groenlandia, ma adesso è arrivato il momento.
Il galleggiante, una boa di plastica degna di una corazzata, ondeggia pigramente nella bonaccia e poi capita quel che capita di solito. Non succede niente. Così i due uomini si mettono a raccontare, soprattutto Hugo, che conosce storie strabilianti su catastrofi di ogni genere, come quella di quasi cinquecento pescatori morti in una tempesta lassù al Nord, molto tempo prima. E siccome ogni uomo che prende in mano una canna da pesca si trasforma in un ragazzino, si mette anche a raccontare di cibi disgustosi, cosce di cormorano caramellate e roba del genere, poi richiama alla memoria racconti su cose ancora più schifose, per esempio che con il prepuzio di un maschio di balenottera azzurra si può confezionare un pratico impermeabile.
La pesca prosegue in autunno. E in inverno. E quindi anche in primavera. Lo scrittore parte come una spola ogni volta che il tempo appare promettente e prima di arrivare infine al momento in cui il pesce sta per abboccare è riuscito a intrattenere il lettore con innumerevoli racconti e miniconferenze, sia sulla biologia e sulla vita nel mare, sia sulla storia della cultura. Legge "Moby Dick", ovviamente, e si dilunga sulle credenze di Olao Magno riguardo ai mostri marini; scrive sulla storia delle ricerche oceanologiche, sugli squali in generale e sullo squalo della Groenlandia in particolare, sui calamari giganti, sui cetrioli di mare, sulla storia dei fari, sul cambiamento climatico e sulle specie a rischio di estinzione, e il bello è che lo fa senza piagnucolare su quanto è cattivo l’essere umano. Niente puerili costruzioni di sensi di colpa del tipo che nel nostro paese si accompagnano in genere a insinuanti immagini di teneri, indifesi cuccioli di orso polare.
Sentite qui, una breve citazione: “Il mare profondo, nero, salato ci rotola incontro, freddo e indifferente, privo di qualsiasi empatia. Non ha nessuna intenzione, è solo se stesso. È questa che fa, giorno dopo giorno, anche senza di noi, non si cura delle nostre speranze, né delle nostre paure – e non gli importa niente delle nostre descrizioni. L’oscura gravità del mare è una forza superiore.”
E a un certo punto salta su come un tappo Gustav Sundbärg insieme al suo vecchio libro Il carattere nazionale degli svedesi. Forse non aveva poi tutti i torti, forse ci sono alcune generali differenze di carattere tra svedesi e norvegesi, determinate dalla natura circostante. È vero, almeno, che la prosa saggistica svedese e quella norvegese si distinguono per il fatto che nei saggi e nei manuali svedesi l’essere umano appare spesso come distruttore e la natura come vulnerabile, mentre gli autori norvegesi hanno un modo completamente diverso di vedere la piccolezza dell’essere umano e la brutale forza di sopravvivenza della natura.
Il colossale squalo della Groenlandia che, nonostante tutte le divagazioni, è la stella del Libro del mare, non ha forse la stessa potenza simbolica che ha il pescespada in Hemingway, ma a volte le si avvicina molto. In ogni caso Morten Strøksnes ha arricchito il mondo di un libro straordinariamente originale. La descrizione del plancton è un buon esempio del suo metodo:
“Assomigliano a cristalli di neve, moduli lunari, canne d’organo, torri Eiffel, statue della libertà, satelliti per le comunicazioni, fuochi d’artificio, figure caleidoscopiche, spazzolini da denti, carrelli per la spesa, piastre da gauffre aperte, bicchieri da vino con cubetti di ghiaccio galleggianti, coppe da champagne dall’interno leopardato, urne greche, sculture etrusche, rastrelliere da biciclette”, e va avanti così per mezza pagina prima che Strøksnes, passando per sfere stroboscopiche e aspirapolvere, giunga alla conclusione che il plancton può anche assomigliare a delle penne stilografiche.
Il traduttore ha sicuramente avuto di che divertirsi con questo lavoro. E io, come lettore, abbocco e resto impigliato all’amo, per rendermi poi conto che adesso ancora più grande è il mio amore... per i norvegesi, sempre ugualmente strani, qualsiasi tempo ci sia.

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