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Approfondimento

Racconto persone dimenticate. È una questione di giustizia.

Data | Giovedì 06 Aprile
Orario | 10:36

Intervista a Fredrik Sjöberg di Andrea Plebe, pubblicata il 29 marzo 2017 su Il Secolo XIX

GENOVA. Dopo aver dato la caccia alle mosche e aver scritto un libro sull’arte di collezionarle che lo ha lanciato a livello internazionale, l’entomologo e saggista svedese Fredrik Sjöberg, classe 1958, si è messo sulle tracce di un pittore danese, Anton Dich, nato a Copenhagen nel 1889 e morto a Bordighera nel 1935. Così trascorrerà la sua settimana di permanenza in Liguri tra il Festival I Boreali a Genova dove ieri sera ha conversato con Dario Vergassola sui suoi libri pubblicati in Italia da Iperborea, e la Riviera di Ponente, per condurre la sua nuova ricerca.

«Sono partito dalla mia isola di Runmarö, nell’arcipelago di Stoccolma, con chiazze di neve per la strada» racconta Sjöberg «e sono arrivato a Genova con una giornata splendida, per me qui è estate. Ero già stato a Genova, ma di passaggio, nel 1981, ero molto giovane. Ora ho proprio il desiderio di scoprire la città e la Liguria».

Sjöberg ha un “pallino” per personaggi eccentrici e “laterali”, e un po’ lo è lui stesso, diventato specialista in sirfidi. Ha cominciato a collezionare insetti a cinque anni e poi ha deciso di dedicarsi alle mosche. Fra le varie ragioni c’era «l’idea o il sogno di eccellere in qualcosa». La sua collezione è finita pure alla Biennale d’arte di Venezia, nel 2009, nel Padiglione nordico. “L’arte di collezionare le mosche”, uscito in Svezia nel 2004 e in Italia nel 2015 ­ dove è alla terza ristampa e ha venduto finora diecimila copie ­ ruota attorno a questa passione e alla figura di René Malaise, scienziato suo connazionale, inventore della trappola per mosche. Il secondo libro, “Il re dell’uvetta” (Iperborea, 2016), ha per protagonista Gustaf Eisen, zoologo, pittore, archeologo, fotografo, esperto di lombrichi e pioniere della coltivazione dell’uvetta in California. Il terzo, “L’arte della fuga”(Iperborea, in uscita a inizio giugno) indaga invece la figura di Gunnar Widforss, pittore svedese che si è dedicato ai grandi parchi americani, un’occasione per un’incursione nella wilderness. Sjöberg non scrive biografie, passeggia con il lettore e gli fa scoprire nuovi mondi, mischiando storia, riflessioni, divagazioni, esperienze personali.

La “trilogia del collezionismo” gli ha fatto guadagnare il Premio IgNobel. Gli è stato consegnato all’Università di Harvard a settembre e lunedì scorso si è tenuta una giornata di lezioni e incontri a Stoccolma. «La cerimonia di Harvard è stata molto divertente» racconta Sjöberg «Sono veramente orgoglioso di aver ricevuto quel riconoscimento che viene assegnato alle ricerche “che ti fanno ridere, e poi ti fanno pensare”. È un po’ quello che mi propongo anch’io, con i miei libri: intrattenerli e farli pensare». Ora Sjöberg ha puntato l’attenzione sul pittore Anton Dich, e il libro dovrebbe essere pronto per la pubblicazione in Svezia nell’agosto 2018.

Dalla Danimarca Dich approdò a Parigi e qui frequentò Amedeo Modigliani (a cui Genova dedica una mostra, entrata subito nel programma di visita di Sjöberg) e ne divenne amico. «Sono venuto in contatto con l’opera di Dich acquistando un suo dipinto a un’asta» racconta Sjö­berg «Lo conoscevo, ma solo superficialmente. Così ho cominciato a fare ricerche».

Dich visse la maggior parte della sua vita in Francia e a Bordighera, dove morì ed è sepolto. «Nel libro parlerò ovviamente di Modigliani» anticipa Sjöberg «ma io non sono interessato a raccontare le superstar, gli artisti o gli scienziati che i lettori già conoscono perché su di loro si è scritto tanto. Il mio interesse è per le personalità dimenticate, che posso contribuire a far conoscere e magari anche a valorizzare. La ritengo in qualche modo anche una questione di giustizia, spesso la storia è non giusta nei confronti di persone che sono invece meritevoli».

Il successo di “L’arte di collezionare mosche”, tradotto in 23 Paesi, ha reso Sjöberg un uomo libero ancora più di prima di seguire le proprie passioni e curiosità, e non ne ha cambiato l’approccio leggero alla vita. «Non mi aspettavo assolutamente quello che è accaduto con il mio primo libro» sorride lo scrittore «Mi piace definirlo la mia agenzia di viaggi, perché mi ha permesso di girare il mondo. Non sento però particolari pressioni nel dover ripetere un risultato, ho in mente un paio di libri, e mi ci dedicherò al meglio delle mie capacità, ma questo è tutto. La vita non dovrebbe essere presa troppo seriamente».

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