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Approfondimento

Cosa sarebbe successo se avessimo continuato così e basta? (Sull'ultimo libro di Jonas Hassen Khemiri)

Data | Lunedì 27 Febbraio
Orario | 11:44

Questo articolo di Christian Raimo è uscito su TuttoLibri - La Stampa 25 Febbraio 2017 e su Minima&Moralia 26 febbraio 2017.

Qualche tempo fa ho assistito a un lavoro teatrale bellissimo, un radiodramma, intitolato Antologia di S del gruppo teatrale romano Muta Imago. Riccardo Fazi – insieme a Claudia Surace, l’anima della compagnia – trova in casa sua una musicassetta con una compilation della fine degli anni ottanta, registrata da una fidanzatina di un’estate riminese di allora di cui oggi non ricorda nemmeno il nome; si decide di andarla a cercare, registrando le voci di tutti quelli in cui si imbatte in questa caccia, e lasciare a noi spettatori la possibilità di ascoltare tutte questi audio. Perché mi ha toccato così tanto, oltre l’ovvia nostalgia?

È la stessa domanda che mi sono fatto leggendo Tutto quello che non ricordo. Qui un ragazzo qualunque, un ragazzo di nome Samuel muore perché si schianta a tutta velocità contro un albero. È stato un incidente? Si è voluto ammazzare?

Cercare la verità sulla vita di una persona vuol dire provare a cercare la verità sul proprio tempo. E per farlo uno scrittore decide di inscenare un documentario, di ascoltare le voci di coloro che l’hanno conosciuto da molto vicino e da lontano, e di riportarle fedelmente come se bastassero loro, in una semplice giustapposizione delle testimonianze, a comporre il libro.

Il romanzo multivoco che ne viene fuori, una quest plurale, è Tutto quello che ricordo (pubblicato da Iperborea, con la traduzione molto accurata di Alessandro Bassini) di Jonas Hassen Khemiri, narratore e drammaturgo svedese di padre tunisino, già famoso per una serie di romanzi e di piece teatrali capaci di svelare, per i temi e per la costruzione della lingua, l’inconscio magmatico della società svedese apparentemente sviluppata, democratica e integrata.

Anche Tutto quello che non ricordo – ambientato tra una Stoccolma, in cui la moltiplicazione delle iniziative pro-minoranze è direttamente proporzionale al processo di disumanizzazione della società civile, e una Berlino dove l’utopia giovanile post-muro sembra già quella di un luna park in rovina – prova a affrontare questo tempo di risacca, l’onda grigia che viene dopo i sogni del secolo scorso sul multiculturalismo e l’Europa, e riesce a farlo anche nella forma: le varie versioni della vita e della morte di Samuel sono piene di lacune, non coincidono, anzi spesso si smentiscono nei nodi essenziali, fino in fondo non sanno dare corpo a una narrazione unica.

Cosa rimarrà dei ragazzi che hanno attraversato questi due millenni tra la fine delle ideologie e le illusioni che non duravano più del tempo di formularle? L’amica artistoide velleitaria che si fa chiamare La Pantera, l’ex fidanzata progressista fanatica Laide, e il coinquilino e (forse) amante Vandan sono i tre principali estensori del puzzle narrativo, e i loro resoconti sono fatti di troppo pieni (ossessioni, enfasi, sentimentalismi, sproloqui) e troppo vuoti (silenzi, omissioni rancorose, pudori, fraintendimenti).

A questi frammenti si aggiungono le fantasie di ognuno, i what if, cosa sarebbe successo se la macchina non fosse andata fuori strada, ma soprattutto se i loro piccoli desideri di migliorare il mondo avessero trovato un po’ di grazia a sostenerli.
Così Samuel diventa il prisma e il riflesso dei personaggi, la perfetta metafora sia della letteratura, con la sua ambizione a tenere insieme tutto le realtà possibili, come anche di una generazione e di un’epoca che hanno fatto dell’idealismo e dell’ingenuità un valore morale, e che si sono ritrovate a venire schiantate da un lutto senza senso, quasi impossibile da elaborare: anche se se conosciamo a menadito gli eventi di ogni giorno, ci sfugge qualcosa di più, la possibilità di un altrove che non è stato concesso.

“Alle volte”, dice Laide all’inizio della relazione con Samuel, “mi chiedo cosa sarebbe successo se avessimo continuato così e basta. Senza vederci. Parlando solo al telefono. […] Se quello non è stato il momento in cui siamo stati più felici, in cui avevamo le più grandi aspettative per il futuro”.

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