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Approfondimento

Jansson, l’amore è questione di Fair Play

Data | Domenica 05 Febbraio
Orario | 11:00

Questo articolo di Chiara Gamberale è uscito su TuttoLibri - La Stampa il 5 febbraio 2017

Due donne condividono una casa su un’isola: creano, chiacchierano, si vogliono bene, litigano. E assaporano la magia delle cose più semplici

Che cosa significa intimità? E com’è possibile sfondare quella barriera che sempre ci difende, ma allo stesso tempo irrimediabilmente ci separa dagli altri, per fare in modo che con una persona – almeno una – sia possibile diventare noi, anziché rimanere io e te, anzi, io e io?
Tove Jansson, la scrittrice finlandese più conosciuta nel mondo, soprattutto per i suoi libri per ragazzi e per gli irresistibili e disfunzionali Mumin, non ha dubbi: «c’è bisogno di distanza, è fondamentale».
E come si faccia a essere davvero vicini proprio perché si rimane abbastanza distanti per non perdersi di vista, ce lo rivela in Fair Play, un libro bellissimo, di scrittura cristallina e verità nascoste, che finalmente arriva in Italia grazie a Iperborea. Un libro difficile da definire, come sostiene Ali Smith nella sua appassionata postfazione, perché all’apparenza sembra una raccolta casuale di brevi racconti autobiografici: eppure è qualcosa di meno, perché è molto di più.
Tove Jansson, infatti, è morta nel 2001, a ottantasette anni: di cui quaranta li ha condivisi con l’artista grafica Tuulikki Pietilä, viaggiando e lavorando fra Helsinki e una minuscola isola nel mare aperto dell’arcipelago finlandese. Anche Mari e Jonna, le protagoniste di Fair Play, vivono così: i loro atelier sono ai capi opposti di un grande caseggiato sul porto di Helsinki e appena possono si rifugiano nella loro Isola Che C’è. Mari è una scrittrice e un’illustratrice, sfacciatamente emotiva e insicura, Jonna una regista e un’artista che non si fa scrupoli a impugnare una pistola contro i pericoli dell’isola e a dire sempre quello che pensa.

Che cosa fanno queste due donne diversamente fragili, per 135 pagine?

Proteggono uccelli, cambiano quadri alle pareti, litigano, aggiustano quello che si rompe, fanno un giro in barca, ancora litigano, guardano film di Fassbinder e western di serie b, rimangono in silenzio, viaggiano, si perdono per cimiteri, ricevono visite inaspettate, rifiutano inviti, vanno incontro al lunedì, al martedì, a un altro inverno, un’altra primavera, di nuovo litigano, di nuovo rimangono in silenzio, fanno pace senza avere nemmeno bisogno di farla e lavorano, lavorano lavorano.

«Ogni tanto si potranno pur dire anche cose superflue, no?» Chiede Mari a Jonna. Certo: infatti le due se ne dicono parecchie. Eppure nessuna parola è persa, nessuna virgola è inutile, in questa che, scrive la Smith «a conti fatti, è una poderosa ma incredibilmente discreta dichiarazione di un amore riuscito, un omaggio a un genere di rapporto di coppia che raramente riceve simili omaggi, e allo stesso tempo un omaggio al clima di ogni giorno, alla luce, ai cieli, agli innumerevoli brutti film e bei film del vivere e lavorare bene insieme a qualcuno per l’intera durata di una vita adulta». Non a caso sono quasi sempre da sole, le nostre, eppure sembrano una comitiva: perché ci sono le madri e i padri evocati, c’è una cameriera invisibile, c’è la tartaruga protagonista di un racconto di Mari, ci sono le immagini che Jonna cerca ossessivamente di catturare con la sua cinepresa. Custodi l’una dell’urgenza creativa dell’altra, non permettono alle miserie del quotidiano di intasare la loro ispirazione: ma non permettono nemmeno alla vocazione artistica di renderle incapaci di riconoscere la fondamentale importanza che può avere una gita in barca.

Un attacco cretino di gelosia.

Discutere e discutere, dopo che si è visto un film.

Una notte stellata.

Mari e Jonna riescono così a realizzare un equilibrio magico, emozionante e perfetto fra vita immaginata e vita vissuta, come ci piace immaginare che riuscirono a fare anche la Jansson e la Pietilä, nascoste nella loro isola e circondate da Mumin, e come potremmo riuscire a fare tutti, se vigilassimo sempre che nelle nostre case, oltre al caffè e alla carta igienica e alla connessione wifi, non manchi ogni giorno un po’ di gratuità.

Perché, come sostiene un vecchio burattinaio che Mari accoglie in casa sua «in fondo, quello che conta è questo: non stancarsi mai, non cadere nell’indifferenza, non perdere l’interesse né la propria inestimabile curiosità – sarebbe come arrendersi alla morte».

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Con i corsi di lingue Iperborea continua la sua missione di avvicinamento e scambio tra la cultura scandinava e il nostro paese, iniziata nel 1987 con la ricerca, la traduzione e la pubblicazione delle maggiori opere letterarie classiche e contemporanee del Nord Europa in Italia. Dal 2011 infatti, inizialmente da sola e poi in collaborazione con l’Istituto Culturale Nordico di Anna Brännström, organizza a Milano corsi di lingue nordiche a vari livelli, per singoli e gruppi di tutte le età e per aziende, avvalendosi della collaborazione di insegnanti di lingua professionisti.

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