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Approfondimento

Enciclopedia del morto

Data | Giovedì 19 Gennaio
Orario | 18:07

Questo articolo di Nadia Terranova è stato pubblicato su "Il Magazine" de "Il Sole 24 ore" del 13 gennaio 2017.

Il nuovo romanzo di Jonas Hassen Khemiri, in uscita per Iperborea, è come un’intervista corale a un ragazzo defunto in un incidente: una vita (interrotta) che lo scrittore sa sfogliare come un suo personale dizionario.
Nel mio libro più amato di John Berger, "Qui dove ci incontriamo" (Bollati Boringhieri), un figlio incontra a Lisbona la madre morta quindici anni prima, i due gironzolano insieme per il Mercado da Ribeira e a un certo punto lei, curva su un cesto di granchi, raddrizza la schiena e gli dice:

«Ho imparato un sacco di cose da quando sono morta. Dovresti usarmi finché sei qui. Un morto può essere consultato come un dizionario».

John Berger se n’è andato il due gennaio e la prima cosa che ho pensato è stata che quella scena aveva subito uno slittamento. Il morto era diventato il figlio, cioè lo stesso Berger, mentre in qualità di lettori noi venivamo promossi a svolgere quell’altro compito, fra le pagine dei suoi libri: dobbiamo usarle, finché restiamo a questo mondo.

La seconda cosa che ho pensato è stata che quelle righe si adattavano, per coincidenza, al romanzo che stavo leggendo, perché si può raccontare come un’intervista corale a un morto il nuovo libro di Jonas Hassen Khemiri "Tutto quello che non ricordo", in uscita il 20 gennaio per Iperborea nella traduzione di Alessandro Bassini, che firma anche una interessante nota sull’autore. La trama è in apparenza ingenua: uno scrittore va a trovare tutti quelli che hanno conosciuto Samuel, un ragazzo che ha perso la vita in un incidente d’auto. All’inizio il punto è capire se sia stato un suicidio o una fatalità, ma subito gli aspetti della personalità di Samuel si sovrappongono alle caratteristiche e alle manie di chi lo ricorda: l’amico Vandad, l’amata Laide, un’amica chiamata Pantera, la madre e lo scrittore stesso. Samuel era di una semplicità bambinesca, anzi era così complicato che nessuno avrebbe potuto capirlo fino in fondo. Era un uomo enigmatico che non voleva farsi conoscere, però era anche il ragazzo ingenuo e generoso sempre preoccupato per gli altri. Era distratto e svampito, oppure no: era uno che annotava ogni dettaglio con una meticolosità quasi atletica.

Non capiamo perché lo scrittore sia così interessato alla vita di Samuel finché non diventa chiaro che quell’indagine, quella scrittura coincidono per lui con la ricerca del proprio lessico. La vita di Samuel diventa il dizionario dello scrittore che si muove fra le diverse voci spalancandole e spianandole oppure tacendole e mostrandone solo una parte, in un equilibrio ambiguo fra verità e manipolazione gratuita. Non sappiamo se le indicazioni degli intervistati corrispondano davvero alla realtà, sembrano riportate senza filtri da una sbobinatura impudica, ma di contro il sospetto di una colossale finzione non sparisce mai del tutto.

Così, in questo secondo romanzo tradotto in Italia dopo "Una tigre molto speciale (Montecore)" che era uscito per Guanda, il talento di Khemiri si misura sia con la creazione di un nuovo registro linguistico per ogni io narrante e ricordante, sia – soprattutto – nella mescolanza dei punti di vista: in "Tutto quello che non ricordo" i racconti si susseguono uno dopo l’altro, tutti convincenti e allo stesso tempo tutti sbugiardabili. Il risultato è un testo volutamente non uniforme che riesce a narrare e anche a ragionare sul metodo della narrazione. Dice la mamma di Samuel, verosimilmente riportando un dubbio dello stesso Khemiri, che poi è il dubbio universale di tutti gli scrittori invischiati nella stesura di tutti i romanzi:

«Chi decide cosa è importante e cosa è superfluo? Tutto quello che so è che più dettagli le racconto, più mi sembra di trascurarne altri. E questo mi fa dubitare dell’intero progetto».

Certo è che a Jonas Hassen Khemiri, nato nel 1978 a Stoccolma da padre tunisino e madre svedese, apprezzato da scrittori come Joyce Carol Oates, Herman Koch e Gary Shteyngart, i luoghi comuni devono risultare insopportabili. Finora ci aveva mostrato il razzismo nascosto nell’integrazione in apparenza facile dei figli delle classi privilegiate. Adesso si concentra sull’ossessione della memoria, vittima ne è un personaggio compulsivo che si esercita per non lasciare andare alcun dettaglio della propria biografia, uno che sente che i ricordi lo abbandonano e passa il tempo a provare a trattenerli: un cliché che siamo abituati ad associare a un anziano alle prese con il disfacimento senile, mentre il nostro è giovane eppure già smemorato. Da questo suo difetto Samuel ha capito, in maniera più intensa di altri, che siamo quello che possiamo scegliere di ricordare, ma soprattutto siamo il nostro bisogno di essere ricordati. Questo romanzo ci mette di fronte alla smisurata illusione di poter controllare quel bisogno e magari persino orientarlo, ci inchioda alla pazza speranza di rimanere, dopo la nostra morte, nella luce chiara e misteriosa di un dizionario che qualcuno ha lasciato aperto su un tavolo.

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