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Approfondimento

“Non sono intelligente e non ho paura di morire”

Data | Mercoledì 18 Maggio
Orario | 11:40

L'intervista di Cecilia Hagen a Torgny Lindgren è stata pubblicata su Expressen, 11 maggio 2014.

Non avrei mai creduto che un membro dell’Accademia di Svezia potesse dire una cosa simile, né tantomeno pensarla ma Torgny Lindgren lo fa. Dice che il calcio è meglio della letteratura.
Torgny Lindgren non è come la maggior parte dei membri dell’Accademia di Svezia. Bisogna piuttosto capire se uno degli altri diciotto membri sia come lui.

Ho un così grande rispetto per lei che non so come cominciare. Come posso evitare di farle una domanda che potrebbe considerare irritante e banale?
Questo è un errore. Nessuna domanda è mai troppo semplice, piuttosto le risposte possono esserlo. Le domande che si pongono i più grandi filosofi sono sempre banali: “Qual è il senso della vita? Dio esiste?”. Sono le risposte ad essere interessanti.

Ha appena pubblicato un nuovo libro, il suo venticinquesimo. Comincia a sentire una specie di routine nel processo di pubblicazione di un romanzo?
No, è sempre un’esperienza orribile e stressante. Credo di sentire la stessa ansia di un gay che decide di fare coming out o di una persona del partito liberale che deve dichiararsi tale pubblicamente. È come entrare in una stanza buia e sconosciuta, senza bussola o cartina. Devi semplicemente venire allo scoperto ed è un’esperienza terribile.

La sua vita di autore pubblicato è una tortura. Com’è quella di scrittore?
È praticamente meravigliosa. Scrivo, mi riposo e ascolto musica.

Si dice che per scrivere lei si sieda per un anno intero su una sedia a dondolo, pensando ai dettagli del suo romanzo senza prendere nessun appunto. Quando poi comincia la sua stesura, si dice che lei scriva dieci righe al giorno senza poi cambiare nemmeno una virgola. È davvero così?
In gran parte, sì. Ma il processo non dura solo un anno: quando finalmente mi metto a scrivere, impiego molto più tempo. Ad esempio, ho cominciato L’ultimo bicchiere di Klingsor quando avevo 13 anni. Quando poi mi siedo a scrivere qualcosa, è come se sapessi già il testo a memoria ma scrivo molto lentamente, dieci righe al giorno sembrano troppe.

Lei si sente sollevato quando finisce di scrivere uno dei suoi romanzi, che hai tenuto a mente per decenni?
Certo, così me ne libero e li lascio nelle mani di un editore che ne fa un libro. Non ho mai pubblicato un libro in altro modo. Anche se certe volte ho suggerito la fondazione di una sorta di archivio di stato dove gli scrittori possono spedire i propri libri che verranno conservati lì per sempre.

Non molti scrittori la pensano così, specialmente in tempi così narcisistici.
Non ho mai pensato che il grande pubblico sia una conquista. Questo può avere a che fare con la mia infanzia: mi hanno insegnato a non sentirmi importante, a non darmi delle arie, a non brillare. Vengo da un ambiente pio dove la riservatezza, l’umiltà e la capacità di tenere un basso profilo erano le qualità che un uomo avrebbe dovuto avere.

E lo pensa ancora?
Penso ancora che la legge di Jante (schema comportamentale molto diffuso nei Paesi del Nord che critica la realizzazione individuale e il successo del singolo) sia una guida eccellente per vivere una vita decorosa.

Quindi lei disprezza tutti quelli che amano essere al centro dell’attenzione?
Assolutamente no. Non credo sia una cosa che mi riguardi troppo, penso solo che sia pericoloso. La gente comune sta cambiando in peggio. Ciò significa che si sta adattando e che vive nel segno costante dell’approvazione altrui. Credo che il pubblico, i media in particolari, siano corrotti in questo senso.

Cambiamo argomento? Parliamo di lei e del cibo, specialmente quello che a me sembra disgustoso e che è invece molto importante per lei. Cosa le piace dello stomaco di maiale, della carne di squalo in decomposizione e dei pasticci di carne?
Preparo tutto il cibo a casa. E mi piace lo stufato di intestino di maiale, ci sono cresciuto. Mangiavamo tutto: il fegato, i reni, il grasso di rognone e, ovviamente, i ravioli di patate ripieni. Lei è appena tornata da Colonia, ha mangiato la loro famosa trippa? Una trippa ben cotta viene fatta bollire per cinque o sei ore, poi viene fatta fermentare. Viene servita con una salsa al vino bianco ed è una vera delizia.

Cambiamo di nuovo argomento. Il suo Klingsor è un pittore e nel libro lei stesso descrive la sua maestria in modo appassionato. Lei si considera un pittore?
Ero un pittore molto tempo fa ma non ero molto bravo e adesso non dipingo da più di 50 anni. Mi struggevo per ciò che scrivevo, per l’odore della trementina, per una tela immacolata e per i pennelli appena lavati dopo averli usati a lungo.

Quindi adesso lei è uno scrittore. Come molti altri, ha vissuto la tua infanzia nel Västerbotten. Come P.O. Enquist, Sara Lindman e…
Tore Frängsmyr, Martin Lönnebo, Ingmar Bergman e molti altri. Facciamo tutti parte della stessa famiglia. Questo perché il Västerbotten è scarsamente popolato e le persone non avevano molto alternative quando arrivava il momento di mettere su famiglia. Il nostro progenitore si chiamava Zakris Nilsson e nacque alla fine del 1600. Veniva da Kvavisträsk, che significa “palude dei pesci soffocati” (letteralmente: palude dove i pesci muoiono soffocati). Tutta la cultura del Västerbotten ha le sue origini nella storia di Zakris Nilsson.

Adesso voi del Västerbotten siete anche interessati allo sport. Ho letto che quando non scrive o ascolta musica, guarda le partite di calcio. Perché?
Il calcio è un arte magnifica, migliore della letteratura. Entrambe cominciano dal nulla nel presente. E in questo il calcio è incomparabile. Noi scrittori non saremo mai in grado di esprimerci come fanno i migliori giocatori di calcio.

Ha per caso qualche nuovo libro in mente? Avrà un futuro nel mondo del calcio?
Non ho la più pallida idea di come sarà il mio prossimo libro ma continuerò a scrivere. Lo farò sempre, non posso fermarmi. La scrittura è dentro di me. Fino a quando non avrò un’arteriosclerosi avanzata, tutto questo continuerà nella mia testa. È stato così per 50 anni e sarà così fino a quando la vita stessa mi impedirà di continuare.

Devo chiederglielo: ha paura della morte, lei che è un uomo così intelligente?
Non sono intelligente e non ho nemmeno paura della morte anche se adesso è un concetto più presente nella mia vita rispetto a 40 anni fa. Lo so. E la saluto con la mia mano sinistra.

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