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Approfondimento

Lars Gustafsson: «Anche il piastrellista è filosofo»

Data | Giovedì 12 Novembre
Orario | 17:12

Vi proponiamo l'articolo di Alessandra Iadicicco, comparso sull'inserto La Lettura del Corriere della Sera del 25-10-2015, sulla vittoria del premio "Thomas Mann" da parte di Lars Gustafsson.

Chi legga con la matita in mano e si ritrovi tra le mani un libro di Lars Gustafsson si accorgerà che difficilmente resisterà alla tentazione di sottolineare quasi tutte le righe. Tanto fitta di trovate, di pensieri inediti, di idee colte al volo e messe in forma in modo originale, di argute osservazioni, di luminose definizioni e descrizioni liriche è la sua prosa. La sua è una scrittura densa, trapunta di gemme teoretiche e poetiche e intessuta nella trama di un appassionato raccontare. Per il modo in cui nei suoi romanzi – ne citiamo alcuni tra i più noti, tutti tradotti in Italia da Iperborea: Morte di un apicultore, Il pomeriggio di un piastrellista, Il decano, Le bianche braccia della signora Sorgedahl e l’ultimo tradotto, uscito quest’estate, L’uomo sulla bicicletta blu – «ha saputo mirabilmente legare intuizione filosofica e maestria narrativa», la giuria dell’Accademia delle belle arti di Monaco gli conferisce quest’anno – la cerimonia avrà luogo giovedì prossimo, il 29 ottobre – il prestigioso Premio Thomas Mann, istituito nel 1975 e fino a oggi assegnato esclusivamente ad autori di lingua tedesca.

Lars Gustafsson, lei, autore svedese, vince quest’anno il “Thomas Mann”. Che cosa significa per lei questo riconoscimento e qual è il suo rapporto con la cultura tedesca?

La mia relazione con la Germania è antica e intensa. Già dagli anni Sessanta Hans Magnus Enzensberger iniziò a tradurre le mie poesie in tedesco, per Carl Hanser Verlag e, per lo stesso editore di Monaco sono usciti molti miei romanzi. Ciò ha portato a un vivace scambio culturale: sono stato membro di molte accademie tedesche, per esempio la Akademie der Künste di Berlino, negli anni Settanta ho ricevuto la borsa di studio del Berliner Künstler Programm, ho insegnato come visiting professor, nelle università di Bielefeld, Tübingen, Hamburg e sono stato fellow al Wissenschaftskolleg, ovvero l’Institute for Advanced Study di Berlino. Thomas Mann ho iniziato a leggerlo assai presto, negli anni Cinquanta, quando avevo meno di vent’anni. I giovani si scelgono i libri di cui hanno più bisogno, e io allora mi scelsi il Doktor Faustus. Naturalmente oggi vincere il premio intitolato a Mann è un grandissimo onore, non solo perché sono il primo scrittore non tedesco a riceverlo, ma anche per la statura degli altri premiati che mi hanno preceduto. L’anno scorso, per esempio, il riconoscimento è andato a Rüdiger Safranski, che è scrittore, filosofo e grande divulgatore della filosofia. Oggi pomeriggio ero appunto intento a leggere il suo ultimo libro sul tempo (Zeit. Was sie mit uns macht und was wir aus ihr machen: “Tempo. Che cosa ne facciamo e che cosa esso fa di noi”, uscito da un paio di mesi da Hanser ndr). È un tema, questo del tempo, di cui mi sono sempre intensamente occupato. E, a proposito delle stranezze del tempo, è bizzarro che adesso, alla fine della vita, io torni a Thomas Mann, in cui avevo cercato le mie prime risposte.

Lei è un filosofo: ha scritto vari saggi e ha insegnato per tutta la vita storia del pensiero europeo. Ed è scrittore: debuttò in letteratura appena ventunenne e ha scritto quasi una trentina di romanzi. Una doppia vita? O due strade diverse per perseguire la stessa ricerca? Che cosa cerca attraverso la letteratura? Di porre nuove domande, di trovare risposte diverse da quelle della filosofia?

In un romanzo non posso fare analisi filosofiche, non avrebbe alcun senso. Ma posso mostrare, rappresentare un certo tipo di esperienza. Scrivendo letteratura si possono fare degli esperimenti con il pensiero che riescono molto efficaci per tante questioni filosofiche. Per esempio la questione dell’identità. Che “l’Io non è nessuno”, Schopenhauer lo colse lucidamente attraverso il suo pensiero. Ma altrettanto lucidamente lo disse il poeta svedese Erik Axel Karlfelt nei suoi versi. Negli anni in cui ero studente, a Uppsala e a Oxford, la filosofia era per me una scienza astratta, e io mi divertivo moltissimo a studiare i sistemi assiomatici, la logica normativa, la logica deontica… Era avvincente, appassionante, come il gioco degli scacchi. Man mano che invecchiavo, però, cresceva la convinzione che le domande più importanti fossero altre, che fossero quelle che riguardano la vita e la morte.

La vita, la morte, l’identità, il tempo, il linguaggio, le parole per dire le sensazioni più intime: sono questi i motivi “filosofici” che lei sfiora nelle sue narrazioni. In particolare la questione dei nomi per descrivere o per esprimere il dolore è al centro del suo capolavoro Morte di un apicultore. Un problema di cui si occupò Ludwig Wittgenstein.

Proprio così, il tardo Wittgenstein, il secondo Wittgenstein, il Wittgenstein delle Ricerche filosofiche è stato un punto di riferimento importantissimo per mettere a fuoco la questione del dolore, il problema della percezione e della nominazione del dolore in Morte di un apicultore. E, con Wittgenstein, anche Nietzsche, il quale ha insegnato che la nostra ontologia, il nostro orizzonte di mondo dipendono dal nostro linguaggio, dalle parole di cui disponiamo per coglierli. Alla radice del problema linguistico vi è però, credo, un problema esistenziale più profondo: si tratta comunque di solitudine. Ponendo la domanda “in che misura la vita interiore è comunicabile?” mi ritrovo comunque a confrontarmi con una condizione di solitudine. La solitudine comunicativa, che crea la difficoltà di esprimere l’esperienza del dolore. E quella esistenziale, che mina addirittura la certezza che vi sia affatto una identità, una personalità, la sicurezza che noi siamo davvero qualcuno. Sono due questioni fondamentali per me.

Lei ha scritto anche moltissime poesie, qualcosa è stato tradotto anche in italiano. Il verso poetico è un altro modo per mettere a fuoco un’idea?

La mia poesia è legata alla lunga e profonda amicizia con il poeta da poco scomparso Tomas Tranströmer. Eravamo molto vicini, abbiamo discusso moltissimo, anche se negli ultimi anni era difficile perché Tomas non poteva più parlare. Entrambi esercitavamo un’opposizione moderata al modernismo svedese. Aspiravamo a una nuova semplicità, a una poesia pura, chiara, a versi in cui il soggetto e il predicato fossero al posto giusto e il cui universo di verità potesse essere verificato. Anche la poesia, come la filosofia e la narrativa, risponde per me a una domanda di verità.

E le sue storie, i suoi personaggi, da dove vengono? Da incontri, ricordi, fantasie?

Non ho mai fatto ritratti, ma non nego che nel fondo c’è sempre un’esperienza personale. In tante forme diverse nei miei romanzi ritraggo me stesso. Mi intriga il classico pensiero: che cosa ne sarebbe stato di me se…? Se anziché filosofo fossi diventato un matematico, se fosse caduta troppa neve quella sera e i miei, bloccati per strada, non si fossero mai incontrati, se io non fossi mai esistito o se il mio destino fosse stato completamente diverso. Mi piace immaginarmi delle personalità alternative. Perciò tanti miei protagonisti, l’apicultore, il piastrellista, il decano, sono creature nuove che in fondo un po’ mi assomigliano.

Lei ha una grande sensibilità per il paesaggio, che non è solo stupendamente descritto nelle sue pagine: il tempo, il dolore, la scrittura sono un paesaggio per lei; il paesaggio è un rifugio, una consolazione, ma anche un luogo di estraniazione. Perché è così importante?

Non lo so. Forse un legame così intimo con il paesaggio è molto svedese, o almeno è tipico degli svedesi della mia generazione. Penso ancora a Tomas, a Tranströmer che, come me era cresciuto nel solco di una forte tradizione linneana. In accordo con la visione di Linneo, per lui la precisa osservazione della natura aveva un grande significato, basti pensare alle sue colossali collezioni di coleotteri. Anch’io ho qualche teca entomologica, niente di paragonabile con le sue però! Ma al di là della smania di classificazione e della caccia agli insetti, per gli svedesi è assai rilevante l’intima relazione con il paesaggio, specie quello selvaggio. Penso anche al poeta russo Iosif Brodskij. Ha avuto una sorte infelice, per varie ragioni, una di queste è che si dové allontanare, andando in esilio, dal suo amato paesaggio russo. Quando vinse il Nobel, però, e venne in Svezia, disse di aver ritrovato, in parte, un paesaggio naturale che gli ricordava quello a lui familiare. In Italia, da millenni, ad eccezione forse della Sardegna, ogni metro quadrato di natura è coltivato. In Svezia, a dispetto delle devastazioni più recenti del patrimonio naturale, le regioni selvagge, di monti e di laghi, sono ampie. E la fuga nel silenzio del bosco è un tema chiave di tutta la nostra tradizione poetica.

Cittadino del mondo, intellettuale cosmopolita, lei ha trascorso molti anni all’estero, in Inghilterra, Germania, negli Usa. Ma ha sempre fatto ritorno in Svezia, nel Västmanland.

Non so spiegare perché. Da qualche parte si deve pur cominciare, una radice profonda la si deve avere, e le mie radici affondano in quella regione centrale della Svezia. Da qualche parte si deve allacciare una relazione più profonda con il mondo esterno: per me è accaduto nel Västmanland.

Il romanzo L’uomo sulla bicicletta blu è nato dalla scoperta delle fotografie, pubblicate nel volume, scattate da suo padre quand’era ragazzo. Nei suoi libri però appaiono spesso rimandi a immagini fotografiche. Il piastrellista scattava foto in gioventù, Frau Sorgedahl fa una foto al protagonista del romanzo e ai suoi amici. Lei stesso ama fare foto? Che cosa la seduce tanto nelle immagini? La magia dello sviluppo? La possibilità di immortalare un attimo?

La cosa strana è che una fotografia non resta affatto la stessa, ma il tempo la cambia. C’è un esempio molto famoso. Una foto scattata a Monaco il giorno della dichiarazione della Prima guerra mondiale: rappresenta una folla festante. A distanza di anni, dopo la fine della Seconda guerra, ingrandendo i volti ritratti l’autore dello scatto riconobbe tra la gente il volto del giovane Adolf Hitler. Quella presenza cambiava completamente il significato di quel corteo… si potrebbero fare molti esempi: un’immagine, riletta col senno di poi, non resta immune al trascorrere degli anni. Il suo senso cambia. Quanto a L’uomo sulla bicicletta blu ho voluto, in qualche modo, prendere il tempo in contropiede e lavorare alla rovescia. Di solito c’è una storia e dunque la si illustra con delle immagini. In quel caso sono invece partito dalle immagini, e vi ho costruito attorno una storia.

È un pessimista? In epigrafe a Il pomeriggio di un piastrellista cita una frase di Sartre che dice “Ogni vita è uno scacco”. La disperazione, sostiene il suo apicultore, è il tratto che accomuna ogni essere umano. Il giovane protagonista innamorato della signora Sorgedahl avverte una lunga nota bassa, un costante suono cupo, che accompagna i suoi giorni. Eppure tra le sue righe si coglie sempre una luce, e un guizzo di umorismo.

Mi sento abbastanza d’accordo con Schopenhauer il quale sosteneva che meglio sarebbe stato non essere mai nati. Ho ammirato la svolta eroica di Nietzsche che diceva: la vita non ha senso? Va bene, troviamone uno, creiamone uno allora! È qui che salta fuori l’ironia. Schopenhauer era negativo, è vero, ma ogni sera ascoltava Rossini. La vita si sopporta meglio se le si trova un senso umoristico. Diciamo che sono un pessimista teoretico ma, nella vita pratica, punto sull’ironia.

Ed è un nichilista? O crede in Dio? Nel 1981 si è convertito all’ebraismo.

Mi sono convertito per ragioni pratiche. La mia seconda moglie era ebrea, e così i figli… Certo il pensiero ebraico ha avuto un’influenza su di me, in particolare Martin Buber e Emmanuel Lévinas. Ma credo che, se esistesse un Dio, si mostrerebbe forse in modo più chiaro. Vi è una aperta contraddizione tra la sua presunta onnipotenza e le catastrofi che accadono nel mondo. Da un punto di vista logico l’esistenza di Dio è inaccettabile, non vale neanche la pena di confutarlo. Nietzsche però fece un’altra cosa, disse “Dio è morto”, e denunciò il grande vuoto lasciato dalla sua assenza. Io, fantasticando attraverso i romanzi, ho provato a immaginare un Dio distratto, assente, o disposto a realizzare desideri indecenti.

C’è a tratti però, nelle sue pagine, una certa disposizione mistica: scrive del nero della pupilla umana che ricorda il nero dell’universo, dell’ultima foglia rimasta su un ramo autunnale che splende come una moneta d’oro… Si avverte a tratti un vivo senso di stupore, di meraviglia.

È così, a tratti capita di veder brillare una vena d’oro, si scorge quella luce dorata che suscita meraviglia. In fondo fu proprio quello stato d’animo, di stupore, di meraviglia, a dare origine alla poesia e alla filosofia.

Il premiato

Lars Gustafsson è nato il 17 maggio 1936 a Västerås, nel Västmanland, una regione della Svezia centrale. Ha studiato filosofia a Uppsala e a Oxford e ha insegnato storia del pensiero europeo, oltre che in varie università tedesche, all’università di Austin, in Texas, dove ha vissuto ventidue anni. La sua opera è varia e vasta. È autore di saggi, romanzi e poesie. Tra i suoi libri più famosi ricordiamo Il pomeriggio di un piastrellista (traduzione di Carmen Giorgetti Cima, Iperborea 1992, e Guanda 2000), Morte di un apicultore (traduzione e postfazione di Carmen Giorgetti Cima, Iperborea 1989 e 2012), Le bianche braccia della signora Sorgedahl (traduzione di Carmen Giorgetti Cima, Iperborea 2012) e L’uomo sulla bicicletta blu (traduzione di Carmen Giorgetti Cima, postfazione di Marta Morazzoni). Il suo ultimo romanzo, La ricetta del dottor Wasser è uscito in Svezia a settembre e sarà pubblicato da Iperborea. Delle sue poesie sono disponibili in lingua italiana due raccolte, una selezione di versi tradotti dal poeta scomparso Giacomo Oreglia e pubblicati con il titolo di Dikter da Italica e poi di Poesie da Passigli (1997), e un’ampia antologia curata da Maria Cristina Lombardi e pubblicata da Crocetti con i titolo Sulla ricchezza dei mondi abitati (2011).

Il premio

Istituito nel 1975 per il centenario della nascita di Thomas Mann, fino al 2008 il premio letterario, che ammontava alla somma di diecimila euro, fu assegnato ogni tre anni dalla città anseatica di Lubecca. In trentatrè anni fu assegnato dodici volte, tra gli altri a Uwe Johnson (nel ’78), a Marcel Reich-Ranicki (nel ’87), a Günter Grass (nel ’96) e a Daniel Kehlmann (nel 2008). Nel 2008 la Accademia bavarese delle Belle Arti di Monaco decise di ribattezzare il suo Grande premio letterario (il Großer Literaturpreis) come Thomas Mann-Literaturpreis, che in quell’anno fu assegnato a Peter Handke. Ne nacque una polemica perché la Thomas Mann Gesellschaft di Lubecca, città natale dello scrittore, ritenne che istituire a Monaco un premio in suo onore offendesse in qualche modo la sua memoria, dacché proprio a Monaco Mann tenne il celebre discorso del gennaio del ’33 aspramente critico dei legami tra nazismo e arte tedesca, che costituì la sua ultima apparizione pubblica in Germania e fu preludio al suo esilio. L’anno successivo le due città trovarono un accordo e decisero di istituire un premio comune, che dal 2010 è assegnato congiuntamente dalla Thomas Mann Gesellschaft di Lubecca e dalla Beyerische Akademie der Schönen Künste di Monaco, viene conferito alternativamente nelle due città e ammonta a una somma di venticinquemila euro. Nel 2010 il premio fu vinto da Christa Wolf, l’anno scorso da Rüdiger Safranski.

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